A Villa Cagnola di Gazzada si è svolto l’incontro tra l’Arcivescovo e gli amministratori della Zona pastorale II - Varese. Tra testimonianze, domande e risposte, ci si è interrogati sul ruolo dei credenti impegnati nell’ambito socio-politico e sulle sfide del futuro

di Annamaria Braccini

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Tanti amministratori impegnati nelle politica locale, sindaci, assessori, consiglieri comunali attivi nel territorio della Zona Pastorale II-Varese. E, poi, i giovani della Scuola di Formazione Sociopolitica “A Cesare quel che è di Cesare”, che a Villa Cagnola di Gazzada ha la sua sede. È questa la platea, di oltre 150 persone, che accoglie, appunto, nello splendido scenario di Villa Cagnola, l’Arcivescovo. Sorto dalla richiesta di alcuni amministratori – dopo il “Discorso alla Città” 2018, “Autorizzati a pensare” – e preceduto dal lavoro preparatorio di gruppo di una decina di loro, l’incontro si articola tra 3 testimonianze, la riflessione centrale del Vescovo e le domande dei partecipanti.
Dopo il saluto del Vicario episcopale della Zona pastorale II, monsignor Giuseppe Vegezzi, che ha preso parte al Gruppo di Lavoro così come il direttore della Fondazione “Paolo VI” di Gazzada, monsignor Eros Monti che introduce la mattinata, è Alessandro Boriani da 8 anni sindaco di Luvinate (comune di 1300 abitanti), impegnato in politica fin da quando era un diciottenne, a raccontare della sua esperienza anche di cofondatore del Gruppo “Amicizia civica”. Iniziativa che, prendendo il nome da un’espressione cara al cardinale Scola, è nata «dalla comune fede condivisa, per volare un poco più alto, andando al di là dei mille problemi quotidiani». Dalla frattura tra chi fa politica e le giovani generazioni, spesso prive di tracce di riferimento culturali, e dal rapporto incrinato tra il credere e la politica, l’interrogativo verte su come incontrare Cristo e portarne testimonianza anche nell’impegno politico.
Roberto Molinari, da un biennio assessore ai Servizi Sociali del Comune di Varese, dice: «Ho iniziato con la passione politica in oratorio, quando forse le cose erano più facili. Oggi sembra prevalere la politica gridata, ma noi siamo stati educati alla riflessione. Possiamo pensare a un modello alternativo, per costruire nella politica coesione sociale, rispetto a chi alza i toni? E, ancora, è possibile che la Diocesi possa fornire momenti di confronto su un aspetto fondamentale della mediazione quale è la Dottrina Sociale della Chiesa, al fine di trovare fonte di ispirazione bipartisan nell’agire comune? Anche perché, come amministratori, talvolta ci sentiamo isolati anche nella comunità ecclesiale e rispetto al popolo di Dio».
Leda Mazzocchi, illustra il senso della Scuola Sociopolitica (40 gli allievi dell’Edizione 2018-2019, la seconda) e propone all’Arcivescovo alcune domande emerse dal lavoro degli allievi. Dalla crisi della politica, «che è anche analfabetismo civico» alla necessità di percorsi educativi, dal confronto tra diverse posizioni politiche, per non cedere al lamento, al rilancio nelle relazioni, l’interrogativo è unico: che fare? E come? Come trovare una comune appartenenza cristiana in politica, al di là, ovviamente, del poco riproponibile “partito unico dei cattolici”?

L’intervento dell’Arcivescovo

«Vedere radunate tante persone desiderose di esercitare una responsabilità che incida e che non sono qui per fare “accademia”, per me, è un motivo di grande fiducia», sottolinea subito il vescovo Mario.
«Su questi temi tocca a tutti voi dare risposte, perché voi siete la Chiesa». Compito – questo di comprendere come il Vangelo si traduca nella vita quotidiana. – più dei laici che dei preti, dunque.
L’idea è quella, semmai, di propiziare un percorso. «Vorrei che vivessimo questo incontro come occasione per il prossimo passo che possiamo fare, attraverso un confronto che è fecondo se diventa abituale».
Risposta utile, questa, anche di fronte alla “solitudine” percepita da qualche amministratore. «Un tema interessante e preoccupante», come lo definisce l’Arcivescovo. «Occorre tenere vivo il confronto sulle necessità del territorio, del Paese, dell’Europa. Mi sembra che ciò manchi oggi. Il confronto dentro la comunità, tra cristiani anche con sensibilità politiche diverse, deve essere una priorità. “Autorizzati a pensare” vuole dire essere autorizzati a pensare insieme, con una visione che sia frutto di un reciproco arricchimento». Per questo servono «momenti e luoghi in cui trovarsi a ragionare di politica».
«Oggi siamo in una condizione in cui è possibile imparare a confrontarci senza che la differenza diventi opposizione o estraneità. C’è uno stile che i cristiani devono avere e un metodo che è il passare dalle ideologie ai problemi, dalle emergenze emotive all’individuazione ragionata delle priorità, dagli schieramenti alle cose da fare, attraverso una lettura della realtà di base. In questo l’amministratore locale può essere maestro».
Il riconoscimento è per l’impegno della grande maggioranza di coloro che, a ogni livello, si occupano della Cosa pubblica. «Siete gente brava e onesta. La mia percezione delle Amministrazioni è buona: per questo siete autorizzati ad avere stima di voi stessi e degli altri. Il tono apocalittico non rende giustizia all’Amministrazione pubblica. Bisogna coltivare il lievito che fa fermentare la massa, come si dice nel Vangelo a proposito dei cristiani. Questa logica può diventare una metodologia politica. Anche il consenso, che è essenziale per governare, deve avviarsi da una realizzazione simbolica che persuade. La comunità cristiana, rivolgendosi ai giovani, deve essere convincente. Si può partire dal piccolo, dal minimo, dal “frammento”, però, da inserire in una dinamicità capace di non perdere di vista la visione, l’orizzonte più ampio, che deve illuminare l’ambito più ristretto»
D’altra parte, l’appello al “pensare” del suo “Discorso alla Città” non è uno slogan, ma l’invito a un cammino impegnativo, come dice apertamente. «Penso che l’Amministrazione locale debba sostenere le espressioni della società civile – non solo con l’aiuto economico -, ma promuovendo il bene comune, che è il convivere solidale, e favorendo così il senso di appartenenza dei molti alla comunità condivisa».
Il pensiero va al tema dell’immigrazione. «La presenza di persone che vengono da altri Paesi non può essere solo un problema. Temo che sul tema migranti ci sia stata confusione e una riduzione dei tanti immigrati unicamente a chi arriva con i barconi. Occorre crescere insieme, in un senso di appartenenza, che non può essere creato solo dall’offerta di servizi, seppure necessari».
Infine, la fondamentale alleanza tra le molteplici istituzioni presenti nel territorio «che deve essere aiutata. Quali siano i valori della convivenza, i cristiani lo ricavano dalla Dottrina della Chiesa con l’indicazione della centralità della persona umana. Ad esempio, la convinzione che l’economia tanto più e promettente, quanto più è spietata, è falsa. Ciò che è umano è anche economico, mentre ciò che è economico non è, per forza, umano».
Nel riferimento all’Enciclica di papa Francesco “Laudato sì” e richiamando la recente costituzione della Commissione diocesana per la Promozione del Bene Comune, il Vescovo conclude con la sintesi della propria proposta fatta di «confronto, stima reciproca, per una crescita in vista del bene comune, della capacità di affrontare le questioni partendo dal particolare con una visione più ampia, per verificare questa visione nel concreto».
Poi, le numerose domande. Si va dalla richiesta di incontri per approfondire e diffondere la “Laudato sì”, alla possibilità di contrastare l’individualismo con la partecipazione «che i comuni possono propiziare attraverso il tema dell’educazione civica nelle scuole». Si parla di Europa: «sono un europeista convinto» scandisce l’Arcivescovo che aggiunge. «Occorre qualificare le persone che vanno a rappresentarci in Europa. Il tipo di Europa che siamo costruendo è questione molto seria».
Torna il nodo dell’immigrazione, dopo la domanda di un giovane assessore di Luino.
«La parola immigrati è un termine confusivo, perché non si sa cosa indichi. Gli immigrati possono essere una risorsa, basti pensare a chi lavora e dà il proprio contributo all’economia. E ci sono anche quelli che arrivano e non hanno niente per cui molte persone reagiscono con paura, con timore perché obiettivamente vi sono aspetti problematici. Non ho risposte su come aiutare ad avere un’idea cristiana su questo capitolo. Quello che vedo è che si parla molto di loro, ma loro non parlano, mentre questa popolazione immigrata può dire qualcosa. Ascoltandoli possiamo capire in che senso sono risorsa, potenzialità ricca di promesse. Una considerazione seria del fenomeno deve sviluppare l’ascolto di questa gente che può dire qualcosa anche di cristiano, perché vengono da Paesi dove la Chiesa è viva, è giovane, è povera e affronta difficoltà di rapporti con il governo, con il potere. Noi potremmo imparare molto come Chiesa».

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