La gioia per un momento solenne e di alto significato spirituale di cui rendere di grazia. Queste le prime parole con cui l’Arcivescovo ha aperto la celebrazione dei Secondi Vespri dell’Ascensione, con la chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di monsignor Luigi Giussani. Li ha presieduti in una Basilica di Sant’Ambrogio gremita, fino all’esterno, di 3000 fedeli di tutte le età, appartenenti al Movimento e alla Fraternità di Comunione e Liberazione. Migliaia anche quanti si sono collegati da remoto già un’ora prima dell’inizio dei Vespri.

Il rito
Il rito è stato concelebrato da sei Vescovi di diverse Diocesi italiane, tra cui monsignor Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e consigliere spirituale della Fraternità di Cl e da molti sacerdoti ambrosiani. Erano presenti alcuni membri del Cem, l’abate di Sant’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini, i canonici del Capitolo della Basilica e l’assistente spirituale diocesano di Comunione e Liberazione don Mario Garavaglia. Data e luogo non sono stati scelti a caso, ma in base a una scelta precisa: la solennità dell’Ascensione fu sempre molto cara a Giussani, mentre la Basilica è contigua all’Università Cattolica, dove il Servo di Dio insegnò teologia dal 1964 al 1990 e dove generazioni di giovani si sono avvicinati al suo carisma.

Tante le autorità presenti: Anna Scavuzzo, vicesindaco di Milano; Raffaele Cattaneo, sottosegretario alla presidenza di Regione Lombardia; Linda Ghisoni, sottosegretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; la rettrice dell’Università Cattolica Elena Beccalli; rappresentanti di movimenti e associazioni ecclesiali. In prima fila anche il fratello di don Giussani, Gaetano, il presidente della Fraternità di Cl Davide Prosperi e il suo predecessore don Julián Carron.
Accanto all’Arcivescovo e ai concelebranti, in altare maggiore, la postulatrice Chiara Minelli e i membri della commissione che ha seguito la fase testimoniale del processo, con il delegato arcivescovile monsignor Ennio Apeciti, il notaio attuario monsignor Virginio Pontiggia e don Simone Lucca, promotore di giustizia. Impegnati dal 9 maggio 2024 – anche allora ricorreva la solennità dell’Ascensione – in un lavoro lungo e articolato, che ha portato alla produzione di decine di migliaia di pagine: basti pensare che la relazione storica in sé consta di 1132 pagine, mentre si sono prodotte ben 11.464 pagine di allegati compostati attraverso la consultazione di 47 archivi e 77 fondi archivistici in Italia e all’estero. Con la chiusura dei faldoni e della fase diocesana del processo, tutta la documentazione andrà adesso in Vaticano, al Dicastero delle Cause dei Santi.

La gioia
«Sono tre i motivi della gioia – ha detto l’Arcivescovo nell’omelia, richiamando il profilo del fondatore -. Primo perché riconosciamo in don Luigi Giussani un uomo di Dio, un prete che, con la sua vita e con le sue parole, ha condotto a incontrare il Cristo. Questo è il dono più grande che è stato fatto a Giussani e, attraverso di lui, a tutti coloro che hanno percorso questo cammino. Un secondo motivo di gioia e di grazia è sentirsi dentro questa Chiesa: il processo che qui oggi si conclude è la dichiarazione la Chiesa di Milano ha riconosciuto che la Causa di beatificazione può essere consegnata al supremo discernimento, dopo il lavoro di molti».
E, infine, un terzo motivo di grazia perché «molte persone di tutte le età, di tutti i Paesi hanno cominciato una storia, riconoscendo una parola rivolta a loro, un messaggio che ha colpito nel profondo dell’umano, un’apertura di orizzonti che ha allargato il cuore. L’incontro con don Giussani è stato un punto di partenza, in cui tutti coloro che fanno parte del Movimento si riconoscono, e questo riconoscere l’origine unitaria permette di gioire di una comunione che si consolida nell’essere un corpo solo e un’anima sola».

Vigilare contro le tentazioni
Di fronte ai tre motivi di gioia, tre sono stati quelli indicati per vigilare su altrettante tentazioni, come le ha definite monsignor Delpini: «Dare tanta importanza a monsignor Giussani da non andare oltre, mentre lui ci invita ad andare verso Dio e considerare il Servo di Dio come un giacimento». Ossia pensare che la «grandissima produzione dei suoi scritti finisca per essere come una specie di inesauribile miniera da cui continuamente si potrà fare una citazione, un riferimento. Invece, l’opera di Giussani è una sorgente, non una “cosa” fatta di reperti da rievocare, ma una freschezza che deve continuare a fecondare la terra e il cuore, il movimento e tutti coloro che lo incontrano. Una terza tentazione potrebbe essere quella del trionfalismo, di quell’atteggiamento per cui si rischia di attirare l’attenzione su di sé, sul Movimento o sulle sue realizzazioni, mentre occorre vedere il dono che tutto questo rappresenta per la Chiesa, per la società, per il presente e il futuro», ha concluso.

La chiusura del processo diocesano
Poi il momento della chiusura della fase diocesana del processo, con la 87esima e ultima sessione, la lettura dei verbali, il giuramento – con l’Arcivescovo che stringe nella mano la croce pettorale che appartenne a San Paolo VI, mentre la stola da lui utilizzata per la celebrazione fu indossata da papa Montini alla promulgazione dell’enciclica Populorum Progressio -, le firme per cui vengono utilizzate alcune penne rinvenute in un cassetto dell’abitazione di monsignor Giussani. A suggellare il tutto, i sigilli in ceralacca rossa apposti alle casse contenenti i faldoni della Causa.
In un comunicato, arrivano anche le parole del presidente Prosperi che, ringraziando monsignor Delpini, la Chiesa di Milano, la commissione e tutti i fedeli partecipanti, esprime «l’immensa gioia di tutti gli appartenenti a Cl per questo ulteriore e fondamentale passo del percorso con cui la Chiesa riconosce la bontà della testimonianza di vita cristiana di don Giussani per la Chiesa stessa e per il mondo».







