Il Vicario episcopale della Zona I presenta la partecipazione di monsignor Delpini alla seduta dell'assemblea cittadina: «Riprenderà e approfondirà le tematiche del Discorso di Sant'Ambrogio, dal concorso a costruire un'Europa dei popoli ai legami sociali da mantenere e implementare»

di Luisa Bove

Don Carlo Azzimonti
Don Carlo Azzimonti

C’è grande attesa a Palazzo Marino per la partecipazione straordinaria dell’arcivescovo Mario Delpini, che lunedì 11 febbraio alle 17.30 interverrà alla seduta del Consiglio comunale di Milano. Parla di «evento storico», monsignor Carlo Azzimonti, vicario episcopale della città, ricordando che «l’ultimo Vescovo a parlare in questo contesto fu il cardinale Martini nel 2002».

Un’occasione importante per gli amministratori, ma quali i temi sul tappeto?
È importante la dimensione istituzionale, perché l’Arcivescovo si rivolge all’intero Consiglio comunale, quindi a tutti i rappresentanti dei cittadini. Intende riprendere e approfondire le tematiche già lanciate durante il Discorso di Sant’Ambrogio, dove mi pare ci fossero due poli che possono riguardare il rapporto con la cittadinanza in una sede istituzionale.10

A quali si riferisce?
Da un lato l’Europa. Milano si autodefinisce città europea d’Italia, ma quale Europa vogliamo insieme concorrere a costruire? L’Arcivescovo parla di un’Europa dei popoli e di cittadinanze attive. L’altro aspetto è quello dei legami sociali che la Chiesa stessa si sforza di mantenere, ravvivare, implementare. Sapendo che il perno è la famiglia, cellula fondamentale nella quale i legami vengono coltivati e custoditi. Ma penso anche al legame intergenerazionale, alla cura dei piccoli e alle fragilità. Il desiderio è di viverle insieme alla città nel suo complesso e con coloro che hanno la responsabilità di amministrare Milano e i suoi servizi.

C’è stata una preparazione a questo appuntamento?
Dopo il Discorso di Sant’Ambrogio si è avviata un’interlocuzione più fitta e stabile per concretizzare nella città il dialogo tra le parrocchie e le Comunità pastorali, insomma la Chiesa nella sua dimensione territoriale e quelli che sono i servizi sociali, l’attenzione alla casa, il tema dell’abitare, il lavoro… Questo per creare, al di là delle parole o, peggio, della retorica, una collaborazione sempre più concreta ed efficace, per cercare di stabilire nel vissuto feconde sinergie a beneficio di chi abita questa città, dei cittadini, del bene comune.

Tornando al tema dei piccoli e al disagio, in città sempre più alto complici certi allarmismi sugli stranieri, bisogna dire che l’Arcivescovo insiste invece molto sul “buon vicinato”…
Sì, un buon vicinato con tutti. E tra i “tutti” ci sono sempre più i milanesi di adozione che, anziché rappresentare un problema, sono una risorsa, nonostante le fatiche dell’integrazione e di un cammino comune. Senza enfatizzare, non è certo il fenomeno migratorio il primo problema della città. Giustamente l’Arcivescovo dice: «Ciò che può essere letto come un problema, noi lo leggiamo come una sfida», un’occasione di crescita, di stimolo, di fantasia e di sana operatività e creatività ambrosiana, che è il meglio della nostra storia e della nostra tradizione, da mettere sempre al servizio del bene comune.

Anche il problema delle povertà sta a cuore alla Chiesa ambrosiana e al Comune, oltre al fatto che c’è una società civile molto attiva…
Assolutamente. Bisogna favorire il potenziamento delle sinergie, lavorando insieme, pur nella distinzione dei ruoli: non si vuole fare nessun consociativismo, ma si tratta di vivere nella logica del buon vicinato. Essere buoni vicini che si aiutano e che cercano di trovare la strada migliore per affrontare e risolvere, per quanto possibile, le questioni più serie e le emergenze come le povertà, i minori, le dipendenze, la prevenzione al consumo di droga per regalare futuro positivo ai nostri ragazzi, adolescenti e giovani, offrendo anche opportunità di lavoro. Oggi c’è una grande alleanza tra le istituzioni e le forze produttive.

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