Il missionario del Pime è tornato nelle Filippine e attende la sua destinazione, potrebbe tornare a Payao o restare in una baraccopoli di Manila


Redazione

04/02/2008

di Luisa BOVE

«Il mio sentimento adesso è di felicità, già essere ritornato è una vittoria». Padre Giancarlo Bossi commenta così il suo arrivo a Manila martedì scorso, dove si è recato per partecipare all’assemblea annuale dei missionari del Pime impegnati a Mindanao. Stanno anche aspettando l’ambasciatore italiano delle Filippine Rubens Anna Fedele, ma prima di andare a cena il missionario di Abbiategrasso risponde al telefono. Come è stata l’accoglienza dei suoi confratelli? «Eccezionale – dice padre Bossi -, come sempre». Per il resto non ha visto altra gente, «sono ancora in casa – spiega – perché stiamo facendo l’incontro, siamo 20 o 21 missionari del Pime».

Sono giorni importanti in cui si deciderà la sua destinazione, ma al momento non sa ancora se potrà tornare a Payao o se resterà a Manila dove c’è una grande baraccopoli. «Ci vuole tempo», spiega, prima di arrivare alla decisione finale, «è ancora tutto aperto» e per ora «sto ascoltando» e «stiamo riflettendo». Non ha fretta, padre Giancarlo, il tempo in terra di missione si dilata, «non siamo più in Italia», dice prendendo le distanze. Il momento è molto delicato, anche perché il 15 gennaio scorso nell’isola di Tabawan è stato ucciso ancora un missionario, padre Reynaldo Jesus Roda degli Oblati di Maria Immacolata.

«Sono notizie che fanno pensare e che pongono tanti interrogativi – commenta padre Bossi -, anche questo episodio rientra nella nostra valutazione. Andremo a visitare anche tutte le altre comunità di Mindanao, poi vedremo». Il confronto continuerà con il superiore, il Vescovo e tutte le persone coinvolte. Certo tornerà a occuparsi dei poveri, ma il rapimento «è un’esperienza che non si può dimenticare, ormai farà parte della mia vita. Per il resto non è cambiato niente e la voglia di tornare a lavorare è sempre tanta».

Nelle Filippine però la situazione è davvero pesante, non si può ignorare che nel 1985 è già stato ucciso padre Tullio Favali e nel 1992 padre Salvatore Calzedda, molto impegnato nel dialogo interreligioso tra musulmani e cristiani con l’associazione Silsilah (“catena” in arabo). Le Filippine sono l’unica nazione cattolica in tutto il Sud Est asiatico e i missionari che credono e si impegnano a dialogare con tutti danno fastidio. La stessa zona di Mindanao è frequentata da musulmani che arrivano anche da altre nazioni, padre Bossi però ha sempre detto che il suo rapimento non aveva motivazioni religiose, ma la situazione non è tranquilla e due missionari del Pime girano addirittura con la scorta.

Èun problema quando i missionari vivono nei villaggi perché restano isolati rispetto ai centri abitati, così di notte rischiano irruzioni da parte di malintenzionati e di giorno sono esposti a rapimenti. Spesso si tratta di gente assoldata che lo fa per questioni economiche, per procurarsi armi e magari droga. Ora l’ultima parola spetta al Pime che potrebbe decidere di rimanere per testimoniare e annunciare il Vangelo. In ogni caso c’è in gioco il futuro della Chiesa missionaria nelle Filippine e soprattutto di quella locale sempre molto impegnata.

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