Commento al Vangelo di domenica 27 gennaio Santa Famiglia (Sir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Lc 2,41-52)


Redazione

di Giorgio Basadonna

L’inizio della pagina evangelica ci mette davanti un atteggiamento sereno di vita familiare: il bambino dodicenne, Gesù, è condotto dai suoi genitori a Gerusalemme per vivere nel Tempio la festa di Pasqua. E’ un momento solenne della fede del popolo eletto, e la famiglia lo vive nella sua totalità genitori e figlio, in un modo naturale, felici di rispondere al dono di Dio e vivere la propria fede anche in un modo comunitario partecipando alle solenni cerimonie che rinnovano le grandi cose operate da Dio in loro favore.

L’osservanza della legge, la partecipazione ai riti prescritti, il ritrovarsi insieme a molti altri chiamati a far parte della Alleanza che garantisce la fedeltà di Dio al suo popolo a sua volta fedele a lui, è il modo per esprimere la propria riconoscenza a quanto Dio offre ai suoi figli, e trovare la serenità e la gioia di sentirsi amati da Dio in modo straordinario. E’ questa, ieri e oggi, la modalità di una vita di fede, è questo il coraggio di accettare una dipendenza da Dio che torna a tutto vantaggio del credente. Forse, però, oggi si sfugge a questa coerenza inventando devozioni ed espressioni fondate solo su propri gusti e proprie visuali.

Se l’inizio della pagina evangelica ci ha fatto entrare nell’intimità di una famiglia, il seguito del racconto ci disturba e chiama a una riflessione fondamentale. Il bambino Gesù sceglie di rimanere nella città santa per realizzare la sua personalità, e non ne informa i genitori che tornando, dopo un giorno di cammino scoprono che Gesù non è con loro. Il rimorso, l’angoscia, la paura di tragici avvenimenti, li riconducono in tutta fretta sui loro passi, e finalmente il terzo giorno ritrovano Gesù nel Tempio in dialogo con i dottori. Non può mancare il tentativo di far percepire al bambino la sofferenza e l’angoscia che ha procurato ai genitori, ma la risposta non sembra soddisfare l’ansia e l’attesa di una richiesta di perdono: anzi li mette davanti alla loro responsabilità di genitori attenti alla volontà di Dio, l’unico vero padre, e non ai propri disegni.

Questa pagina ci richiama la sacralità della famiglia, comunione di amore nell’impegno di realizzare l’amore più grande, quello di Dio, e il vero compito dei genitori che è quello di ricordarsi che i figli non sono loro proprietà ma appartengono a Dio, e bisogna perciò aiutarli e accompagnarli a scoprire il disegno di Dio e realizzarlo per la propria grandezza e per il bene comune. E’ soltanto un episodio, ma ci chiama a leggere e trovare il senso e il valore della famiglia di oggi, delle nostre famiglie chiamate a un compito grandissimo: è l’urgenza di una fedeltà coraggiosa all’ideale disegnato da Dio, e quindi l’urgenza di una condotta regolata non dalla mentalità generale ma dalla parola di Dio che rivela tutta la grandezza e l’armonia della vita familiare.

Quanto oggi avviene nella nostra società, il perenne tentativo di fondare tutta la vita sul proprio egoismo sentendosi ciascuno arbitro e padrone di sé e degli altri, è la conseguenza di un tradimento dei cristiani incapaci di capire e sostenere il valore della propria fede che armonizza e sviluppa la grandezza del vivere umano. Di qui viene anche il crollo di ideali e di valori unici difensori dell’ordine e del benessere umano, viene quella confusione di idee che impedisce un impegno comune e un aiuto per trovare linee e atteggiamenti capaci di ricostruire una socialità fraterna.

La frase di Gesù ai suoi genitori nel tempio, è richiamo e indicazione fondamentale per una vita cristiana, anzi per una vita che salvi l’uomo, ogni uomo e tutto l’uomo, e riaccenda nei cuori la certezza di una pace da costruire ogni giorno, da ritrovare già seminata da Dio per noi. “Non sapevate che debbo occuparmi del cose del Padre mio?”. E questo “cose” sono la nostra vita, il nostro amore, la vita di famiglia, il cammino quotidiano dell’uomo segnato da Dio fatto uomo e venuto ad abitare con noi.

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