Con le offerte degli italiani la Chiesa restituisce, moltiplicato, tutto quello che riceve. I fondi servono a finanziare progetti rivolti a persone in difficoltà, a risollevare le sorti di popolazioni colpite da calamità, ad aiutare preti che realizzano attività di solidarietà per le categorie più deboli.


Redazione

09/05/2008

di Umberto FOLENA

È il “mistero” più trasparente che ci sia. Dove vadano a finire i soldi che gli italiani “danno” alla Chiesa firmando a suo favore al momento della dichiarazione dei redditi, insomma per l’assegnazione dell’otto per mille del gettito complessivo Irpef, da anni lo possiamo vedere tutti in televisione sulle principali reti. Anche quest’anno gli spot della Chiesa cattolica invitano gli italiani a firmare mostrando loro le conseguenze della firma. Sono spot anomali, perché parlano il linguaggio della verità e dei fatti accanto alla grande massa di spot che parlano invece di paure, desideri e sogni.

Ma forse, a ben pensarci, sono sogni pure questi. Certo non legati all’orizzonte pigro dei consumi, ma sogni… Don Daniele Varoli, della diocesi di Faenza, coltivava il sogno di partire per la missione. Oggi è un sacerdote fidei donum, ossia “donato” per un certo periodo di tempo da Faenza alla diocesi di Huànuco, in Perù. Da otto anni èparroco di Nuestra Señora de las Mercedes a Quivilla, a quota 3200 metri, sulle Ande. Leggermente fuori mano: per recarsi a Huànuco occorrono sei ore di viaggio su una strada sterrata.

La parrocchia è l’unico centro di aggregazione degli abitanti della vasta area, il collante che li tiene insieme e li fa sentire comunità. Don Daniele si occupa soprattutto dei poveri, il cuore della missione, ed elabora progetti di formazione professionale per i giovani, perché un lavoro dignitoso è la chiave di ogni riscatto umano e sociale. Se don Daniele può continuare a coltivare il suo sogno, è anche grazie alle firme degli italiani.

Un sacerdote più vicino a noi: don Franco Pagano, parroco a Riomaggiore, nelle Cinque Terre, località da sogno. Mille abitanti d’inverno, molti dei quali anziani che faticano ad avventurarsi per i carrugi e le strette scalinate. E allora è don Franco ad andarli a trovare, a confortarli, a farli sentire parte viva della comunità e non individui isolati e inutili, che non interessano a nessuno. D’estate i residenti si moltiplicano per cinque, e allora l’oratorio rimane sempre aperto e chi vuole può far benedire la propria famiglia nella casa di vacanza: un bel modo per intrecciare un dialogo. Don Franco può fare quello che fa anche perché riceve ogni mese una remunerazione, minima ma dignitosa, frutto in larga parte delle nostre firme.

Spot e sogni. Quante giovani vendute e comprate, gettate sulla strada, moderne schiave, coltivano il sogno di essere liberate? Don Oreste Benzi ha esaudito il sogno di 5500 di loro; ma le schiave nella sola Italia sono circa 100 mila. Don Oreste non c’è più ma a realizzare i sogni ha lasciato l’Associazione Giovanni XXIII con le sue 280 case; le firme vanno ad esaudire tutti questi sogni.

E poi i sogni dei poveri e dei minori, dei malati di Aids e degli ex detenuti assistiti dai progetti della Caritas di Cremona; dei giovani di Caltagirone che reclamano spazio per lo spirito; delle case famiglia di suor Angela e padre Adriano nei quartieri poveri di Bangkok, in Thailandia; e infine i sogni degli orfani di guerra, dei portatori di handicap e dei ragazzi privati di tutto dallo Tsunami del 2004 che a Tewatte, nello Sri Lanka, possono frequentare la Diyagala Boys’ Town, la scuola senza differenze di casta, razza o credo religioso che si mantiene con donazioni private, adozioni a distanza e otto per mille.

Pochi spot, pochi fasci di luce che illuminano appena una manciata delle migliaia di rivoli di aiuti, interventi e contributi provenienti dal grande lago della porzione di otto per mille assegnata alla Chiesa. È la Chiesa cattolica italiana che da sempre restituisce, moltiplicato, tutto quello che ha ricevuto.

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