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Milano

Pena e lavoro in dialogo, convegno in Cattolica

«Ricostruire la speranza» è il tema dell’appuntamento del 24 febbraio. Giuristi, istituzioni e mondo sociale a confronto su giustizia, dignità e percorsi di recupero. Interverrà l’Arcivescovo

di don Nazario COSTANTE Responsabile Servizio per la pastorale Sociale e il lavoro

16 Febbraio 2026
Bilancia della giustiza

«Ricostruire la speranza: pena e lavoro in dialogo» è il titolo del convegno promosso dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Pastorale sociale e del Lavoro dell’Arcidiocesi di Milano. L’appuntamento è per martedì 24 febbraio, dalle 14.30 alle 17, nell’Aula G.127 del campus di Pio XI a Milano.

Prosegue la riflessione “giubilare”

L’incontro vuole offrire uno spazio di riflessione approfondita sul senso della pena e sull’importanza che il lavoro può avere nei percorsi di recupero e responsabilizzazione di chi ha commesso reati. È un’occasione di dialogo aperto tra il mondo del diritto, le istituzioni e la società civile, per capire come sia possibile coltivare la speranza attraverso l’impegno concreto.

Questa riflessione prosegue il cammino avviato dall’anno giubilare e in particolare dal Giubileo dei detenuti, che ha rimesso al centro l’attenzione sulla dignità di ogni persona. Anche quando attraversa il momento della condanna, nessuno può essere ridotto al proprio errore o alla pena inflitta: la giustizia non è solo punizione, ma un processo che coinvolge la comunità e il tessuto sociale in cui ciascuno vive.

Il Papa, il Presidente e l’Arcivescovo

Papa Leone XIII ci ricorda che la speranza è come un’ancora salda, che ci invita a guardare oltre le cadute, credendo nella possibilità di rialzarsi e di rinnovarsi. Questa prospettiva ci sprona a offrire vie concrete di fiducia e reinserimento, come quelle che possono essere aperte anche da strumenti come l’amnistia o il condono, pensati non come una semplice “concessione”, ma come parte di un percorso serio e condiviso.

Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha più volte evidenziato che la pena deve essere non solo strumento di giustizia, ma anche di rieducazione, acquista significato solo quando favorisce la trasformazione della persona, rispettando i diritti umani e la dignità umana, fondamento imprescindibile per costruire una società più giusta e coesa.

Monsignor Mario Delpini, nel suo Discorso alla Città per la festa di Sant’Ambrogio, ha descritto la pena come un tempo di verità e di limite, ma che deve aprirsi a un orizzonte educativo e sociale. Senza questa apertura, la giustizia rischia di chiudersi in se stessa, perdendo il legame vitale con il bene comune.

Il programma

Dopo i saluti istituzionali della professoressa Elena Beccalli, rettore della Cattolica, e del professor Stefano Solimano, preside della Facoltà di Giurisprudenza, i lavori saranno moderati dal professor Gianluca Varraso, docente di Diritto processuale penale e Diritto penitenziario.

Gli interventi di monsignor Delpini, del professor Gabrio Forti, emerito di Diritto penale, e della dottoressa Maria Milano Franco D’Aragona, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia, offriranno un confronto approfondito tra riflessione giuridica, responsabilità istituzionale ed esperienza amministrativa.

La tavola rotonda conclusiva metterà in dialogo realtà diverse, sottolineando come istituzioni, mondo produttivo e terzo settore possano lavorare insieme per creare percorsi efficaci di inclusione e reinserimento.

Il carcere come laboratorio

In questo percorso, emerge con forza l’idea che il carcere non sia solo un luogo di pena e sofferenza, ma possa trasformarsi in un vero “laboratorio di umanità e speranza”. È proprio grazie all’impegno quotidiano di chi opera con dedizione – agenti di custodia, educatori, cappellani, medici e volontari – che si aprono spazi di riscatto, di rinascita e di cambiamento. Ogni pena, per essere veramente giusta, deve mantenere una “finestra aperta sulla speranza”, perché senza speranza la sofferenza rischia di generare solo rancore e isolamento, peggiorando la condizione di chi entra in carcere.

Per questo è fondamentale un impegno condiviso e una collaborazione concreta tra tutte le componenti coinvolte, per aiutare chi è caduto a rialzarsi e a ricostruire la propria vita.

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