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Imputabilità dei minorenni, Caritas Ambrosiana: «Educare è la prima responsabilità della comunità»

Nota a seguito del disegno di legge: «La sicurezza passa attraverso il rispetto della legalità, ma anche la capacità di costruire inclusione, relazioni più forti e opportunità concrete di crescita per ragazze e ragazzi». L’impegno dell’organismo diocesano nella realizzazione del progetto “Jobel”

29 Luglio 2026
Foto Caritas Italiana

Caritas Ambrosiana interviene nel dibattito aperto dal disegno di legge che modifica il regime dell’imputabilità dei minorenni, con una nota pubblicata sul proprio sito che «richiama tutti a una riflessione profonda sul rapporto tra sicurezza, giustizia e responsabilità educativa».

Le parole dell’Arcivescovo

Il documento prende le mosse da recenti interventi normativi e da «una narrazione pubblica che tende a individuare negli adolescenti e nei giovani il principale problema della sicurezza», concentrando l’attenzione «quasi esclusivamente sul rafforzamento delle sanzioni, invece che sulle cause profonde del disagio». In proposito si riportano le dichiarazioni rilasciate dall’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, dopo la sua visita all’Istituto penale per minorenni “Cesare Beccaria” del 13 luglio: «C’è un disagio profondo che l’intera società non ha il coraggio, forse, di guardare in faccia e non ha i mezzi, o la voglia, di affrontare». Un disagio che, rileva la nota, «merita ascolto e cura, non repressione». Le ragazze e i ragazzi che commettono reati «hanno sbagliato, ma non possono essere trasformati nel bersaglio privilegiato delle paure collettive, né diventare il terreno sul quale misurare l’efficacia delle politiche della sicurezza».

Il carcere non sostituisce la responsabilità educativa 

Dall’esperienza di Caritas Ambrosiana è maturata una consapevolezza: «Dietro molti percorsi di violenza e di illegalità troviamo spesso storie segnate da povertà educativa, dispersione scolastica, fragilità familiari, disagio psicologico, esclusione sociale e assenza di adulti significativi». Condizioni da non ignorare «se si vuole davvero prevenire la criminalità», come evidenziato dal direttore di Caritas Italiana don Marco Pagniello: «La vera sicurezza nasce da comunità capaci di educare, accompagnare e offrire opportunità, non dall’illusione che il carcere possa sostituire la responsabilità educativa». La sicurezza – prosegue la nota – «è anche il frutto di politiche che riducono le disuguaglianze, sostengono le famiglie, contrastano la povertà educativa, offrono spazi di aggregazione, investono nella scuola, nello sport, nella cultura e nei servizi territoriali».

Un grave errore pedagogico

La Caritas non usa mezzi termini: «La punizione come presunta forma di prevenzione, esercitata dallo Stato o da un’autorità pubblica, si configura come un grave errore pedagogico… È l’antitesi dei processi di dialogo e quindi di avvicinamento». Ed entrando nello specifico del disegno di legge, «Caritas Ambrosiana auspica che il confronto parlamentare possa approfondire e modificare il provvedimento… mantenendo al centro la specificità dell’età evolutiva e la funzione educativa della giustizia minorile».

Il progetto “Jobel”

Quali dunque le vie alternative? «La sicurezza delle nostre città passa certamente attraverso il rispetto della legalità, ma anche attraverso la capacità di costruire comunità più inclusive, relazioni educative più forti e opportunità concrete di crescita per tutte le ragazze e tutti i ragazzi». Una prospettiva nella quale Caritas Italiana ha promosso “Jobel”, un progetto che coinvolge 17 Caritas diocesane presenti nei territori in cui hanno sede gli Istituti penali per i minorenni, per accompagnare i giovani autori di reato «in percorsi educativi, formativi e di inclusione sociale, sostenendone il reinserimento e valorizzandone le potenzialità» e per realizzare «attività di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole e nei territori, nella convinzione che il disagio debba essere intercettato prima che si trasformi in devianza».

Caritas Ambrosiana sta realizzando il progetto nella Diocesi di Milano e «continuerà a promuovere, insieme alle istituzioni, alle scuole, agli enti del terzo settore e alle comunità locali, percorsi di prevenzione, accompagnamento e inclusione». Perché quando una società «investe più facilmente nell’inasprimento delle pene che nell’educazione dei propri ragazzi e delle proprie ragazze, il rischio è che finisca per rincorrere le conseguenze senza affrontare le cause».

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