«Il “Beccaria” è in una situazione decisamente migliore rispetto ai tempi passati. Anche il sovraffollamento si è ridotto: in questi giorni abbiamo 55 ragazzi rispetto ai 42 posti disponibili, con condizioni più vivibili. Ma questo non vuole dire che le cose vadano benissimo e che non vi siano ragazzi con evidenti segni di sofferenza». Don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto di pena per minorenni “Cesare Beccaria”, definisce così il momento dello storico carcere minorile, visitato lo scorso 13 luglio dall’Arcivescovo.
Anche monsignor Delpini ha percepito tale condizione di profondo malessere, sottolineando che occorre migliorare le strutture, ma che forse è ancor più necessario cambiare “sguardo”, perché spesso è la società a non voler guardare al carcere, specie minorile…
Parlando con i ragazzi tutti i giorni, mi sono convinto che il problema è innanzitutto quello dell’ascolto e del dialogo con gli adulti, perché questi giovani spesso hanno emozioni molto forti, di rabbia e di solitudine, e una sostanziale mancanza di riferimenti adulti che possano orientarle. Le strutture, certo, sono importanti, ma la questione vera è trovare un interlocutore che possa dare un senso alle loro domande esistenziali. Interrogativi che sono molto profondi: a me, per esempio, chiedono che senso abbia vivere o cosa stanno a fare al mondo. Penso che le sfide siano a questo livello, più che a quello immediatamente materiale. Ormai i ragazzi si feriscono e feriscono e questa tendenza ad avere stati emotivi molto fragili e alterati è qualcosa che va affrontato e che merita risposte importanti.

Con la Comunità Kairos – termine greco antico che significa «tempo opportuno» – che lei ha fondato nel 2000, si cerca di rispondere a tali inquietudini?
Sì. Attualmente ospitiamo una cinquantina di ragazzi in sette appartamenti all’interno della nostra unica sede di Vimodrone. Vivono con noi un periodo che può durare un anno o due. È un passaggio che li aiuta a rielaborare i propri vissuti a partire dal reato che hanno commesso, perché sono tutti giovani – la maggior parte minorenni -, che hanno avuto dei problemi penali. Abbiamo, però, anche ragazzi che provengono delle carceri degli adulti, perché un fenomeno che ha a che fare con il calo del sovraffollamento nelle carceri minorili determina che, appena divenuti diciottenni, questi giovani siano subito trasferiti con gli adulti in istituti che però non sono pronti ad accogliere i 18-25enni. Quindi ospitiamo anche giovani in questa fascia di età che scontano la misura alternativa al carcere e che cercano di ritrovare una nuova socializzazione e un percorso lavorativo che permetta loro di uscire dal circuito penale.
Di cosa hanno più bisogno, nell’immediato, sia i ragazzi reclusi al “Beccaria”, sia quelli ospitati a “Kairos”?
Potrà sembrare forse troppo astratto, o magari superficiale, ma penso che la cosa veramente più indispensabile sia cambiare il linguaggio, ritrovare le parole giuste quando si affrontano argomenti di questo genere e, soprattutto, quando si guarda al mondo giovanile, perché questa incessante narrazione di tipo criminalizzante non aiuta la società e non aiuta i ragazzi. Parlare in continuazione di “maranza” o di baby-gang diffonde solo paura e incertezza in tutti. Se non cambiamo il linguaggio, i pensieri, i concetti, è chiaro che la gente continuerà a vivere il rapporto con i giovani in forma allarmistica e quindi non saremo mai capaci di pensare altrimenti la giustizia e la progettazione a favore dei giovani.

Le storie e i sogni
Come si fa invece in “Kairos” dove vivono, per esempio, Adem e Felipe o dove è stato ospitato Alaadin – tutti e tre hanno raccontato la loro storia nel magazine di informazione religiosa “Chiesa nella Città” – che ora «dà una mano, per riconoscenza», come dice. I loro sogni per il domani? Uguali a quelli dei loro coetanei: «Mettersi a posto, fare una famiglia, essere regolare. Magari lavorando come tassista o ristrutturando case». E torna allora alla mente lo slogan di “Kairos”, «non esistono ragazzi cattivi», che campeggia un po’ ovunque nella sede di Vimodrone e che ha anche dato il titolo a un libro di don Burgio.






