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Libano

Monsignor Essayan da Beirut: «Su di noi un vero inferno»

Il vicario apostolico dei Latini, recentemente intervenuto a un convegno a Milano: «Nel giro di mezz’ora più di cento aerei israeliani hanno colpito ovunque: non c’è stata una sola regione risparmiata. Ancora oggi facciamo fatica a capire cosa sia realmente successo e perché»

di Maria Chiara BIAGIONI Agensir

9 Aprile 2026
Israele lancia attacchi aerei su vasta scala contro Beirut e diverse zone del Libano (Ansa / Vatican News)

«Un vero inferno si è abbattuto su di noi in un lasso di tempo brevissimo. Nel giro di mezz’ora, più di cento aerei israeliani hanno colpito ovunque in Libano: non c’è stata una sola regione risparmiata. Ancora oggi facciamo fatica a capire cosa sia realmente successo e perché». Monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini (Libano), raccontare come in Libano si stanno vivendo queste ore di fuoco: «Tutto il Libano ha tremato: gli aerei da una parte, le bombe dall’altra, le esplosioni, il fumo, i morti, le sirene, gli ospedali pieni di feriti di bambini, donne, uomini. Ovunque».

Il Vicario – recentemente intervenuto a un convegno a Milano nell’ambito di «Fa’ la cosa giusta!» – si è messo subito al telefono contattando tutti e dappertutto, «anche nei nostri conventi, per avere notizie dai frati. Si sentiva persino un forte odore di bruciato a Beirut. Questo ti fa pensare che l’impatto sarà più ampio: quante persone, domani, si ammaleranno a causa dell’inquinamento e delle condizioni ambientali?».

Ve l’aspettavate?
L’annuncio della tregua aveva acceso una speranza. Per la prima volta dopo settimane di violenze, sembrava possibile fermarsi e iniziare a ragionare su un futuro diverso. A rafforzare l’ottimismo era arrivata anche la notizia che l’Iran aveva chiesto di includere il Libano nell’accordo, un segnale che faceva sperare in una de-escalation più ampia. Molti sfollati avevano cominciato a prepararsi al rientro. Alcuni avevano già sistemato i pochi beni rimasti, rimesso in moto le auto e intrapreso il viaggio di ritorno verso casa, sia nella periferia sud di Beirut sia nelle aree del sud del Libano ancora accessibili. Non nei villaggi completamente distrutti, ma almeno in quelle zone dove era ancora possibile vivere. La speranza, però, è durata pochissimo. E noi, come Chiesa, cerchiamo di rispondere almeno ai bisogni immediati. Aspettiamo che le banche riaprano per poter far arrivare un po’ di fondi, chiamiamo a destra e a sinistra, torniamo a fare i mendicanti, ancora una volta. Per fortuna nel mondo c’è tanta solidarietà. Ma, come diceva Madre Teresa, a volte è solo una goccia. Però è una goccia che vale la pena donare.

Quali sono le criticità che oggi vi preoccupano di più?
Oggi facciamo fatica persino a stabilire delle priorità, perché i bisogni sono molteplici e urgenti. Una delle prime urgenze, certamente, è aiutare le persone del sud del Libano a rimanere dove si trovano. Hanno preso una decisione estremamente coraggiosa: restare nelle loro case, nei loro villaggi. E hanno ragione. Perché chi è costretto a partire spesso torna a trovare il proprio villaggio distrutto. Questa forma di resistenza è fondamentale. Un’altra priorità riguarda gli sfollati arrivati in altre zone del Paese. Cerchiamo di aiutarli, di contenere la loro rabbia e garantire almeno il minimo indispensabile. Lo Stato fa ciò che può, ma non riesce a coprire tutto. Colpisce, però, la bellezza della solidarietà tra la popolazione locale e chi è stato costretto a fuggire. Oggi molte famiglie hanno accolto altre famiglie nelle proprie case, ma uno stipendio non basta più per sostenere due nuclei familiari, soprattutto con l’aumento vertiginoso dei prezzi, legato al costo del carburante e alla situazione economica globale. C’è poi la questione dei poveri. Il Libano era già da tempo un Paese schiacciato da un peso socio-economico enorme. Oggi queste famiglie si trovano in una situazione ancora più fragile. Alle povertà già esistenti si aggiungono nuove povertà.

Vuole rivolgere un messaggio ai leader mondiali?
È lo stesso messaggio che papa Leone ha ripetuto instancabilmente e che anche noi portiamo avanti da sempre: la violenza non ha mai portato a una soluzione, da nessuna parte. La violenza non ha mai risolto nulla. Gli israeliani lo sanno molto bene, la loro storia lo dimostra, il dramma della Shoah lo ricorda a tutti. Nessuno può eliminare l’altro, nessuno può annientare nessuno. Esiste una sola via possibile: sedersi attorno a un tavolo e cercare non il bene di un popolo o di una parte sola, ma il bene di tutti. Se oggi qualcuno vince una guerra, domani la perderà. La perderà perché la violenza genera solo altra violenza. Diventa sempre più sofisticata, sempre più devastante, colpisce sempre più duramente, ma non serve a nulla. Non porta da nessuna parte.

Come state?
Noi continuiamo ad andare avanti. Nel mio messaggio di Pasqua ho detto che sotto una tenda c’è sempre una donna che allatta il suo bambino. Potete distruggere, potete fare quello che volete, ma noi andiamo avanti. Perché siamo figli della vita e della risurrezione.

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