Durante «Soul Festival» don Paolo Alliata, sacerdote ambrosiano e scrittore, sarà una delle 100 voci chiamate a disegnare alcuni percorsi del mistero che attraversa le nostre vite. Sarà protagonista di due incontri: venerdì 20 marzo (18-19.30), nell’inedita cornice della magnifica chiesa di Santa Maria presso San Satiro, parlerà di Rainer Maria Rilke nell’appuntamento «Una pienezza da abitare»; sabato 21 (20.21.30), in una delle due Cene monastiche presso il Refettorio ambrosiano, ad accompagnare i commensali per «Sotto la superficie dell’ordinario» saranno la lettura e il commento di alcuni racconti di Dino Buzzati.
Per Rilke c’è un solo modo adeguato di accostarsi al mistero: rispettarne l’oscurità. Abbandonare la pretesa di dominarlo è l’unica via per imparare ad ascoltarlo, e poi a cantarlo. È difficile parlare oggi di mistero senza scadere nell’esoterismo o nella superstizione?
Parlare del mistero, in senso vero, è facile, perché si tratta della dimensione fondamentale della vita umana e riguarda tutti. L’annuncio fondamentale è che c’è un mistero che preme per raccontarsi: Dio stesso. La parola del Dio vivente preme dal fondo di ogni cosa per rivelarsi, per togliere da sé il velo, per esporsi e per presentarsi alla coscienza umana. C’è una parola che freme al fondo di ogni cosa e, quindi, il mistero è quella disposizione del cuore umano a cogliere, ad accogliere e a fare spazio a questa parola che vuole raggiungerlo.

Rilke e Buzzati, due “maestri dell’oltre” che intrecciano letteratura e spiritualità nel nome del mistero. È questa la logica della sua proposta al Festival?
Esattamente. Il tema del mistero nella figura e nella produzione artistica di Rilke e nei racconti di Buzzati è centrale. I grandi scrittori e le grandi scrittrici ci fanno scuola e ci accompagnano nel destarci alla consapevolezza e alla percezione di quella parola che ci vuole raggiungere. Da questo punto di vista, che siano credenti o non credenti è ininfluente, perché laddove c’è un cuore umano che esplora con intelligenza, generosità e umiltà il mistero della vita, della morte, dell’amore e del dolore, lì Dio sta respirando di nascosto, sta parlando. Così quell’autore, quella autrice diventano maestri nell’avventura dell’esplorazione del senso delle cose. Nel suo realismo, attraversato da inquietanti incrinature, Buzzati esplora l’assurdo, la tensione e l’ignoto che si celano sotto la superficie: tra angoscia e meraviglia, è il viaggio nella condizione umana di un maestro del Novecento italiano.
Anche in una città come Milano che appare dedita a rincorrere il successo – molto spesso ottenendolo -, la velocità, a specchiarsi nelle luci delle grandi vetrine mondiali, c’è fame di cultura e di spiritualità?
Io sono ottimista, anche perché ci sono dei dati di fatto. Anche se Milano è la città dove è sempre più difficile abitare, dove c’è uno spazio sempre maggiore riservato ai super ricchi, con l’allontanamento delle categorie più fragili o a rischio, d’altra parte senza dubbio c’è anche un forte fermento culturale e spirituale. Basti pensare, appunto, a «Soul» che è come un termometro che misura questa febbre. Credo che gli stessi organizzatori, alla prima edizione, siano rimasti sorpresi della risonanza che ha avuto il Festival. Certamente ciò dice di una fame di senso e anche del desiderio di avere luoghi e spazi di riflessione, per lasciar sedimentare energie altrimenti continuamente impegnate, in modo vorticoso, dalla frenesia della vita milanese. Insomma, a me sembra che questa fame e questa sete ci siano, ma che, come spesso succede, rimangano sepolte. L’impegno di ognuno è – o dovrebbe essere – di farle riemergere.
Come rettore dell’Istituto Montini, crede che ai giovani interessi il mistero, se correttamente instradati?
Instradati o no, la fame di cui parlavo, li spinge, e quindi, pur esprimendosi magari in modo buffo o drammatico – con grandi rabbie o grandi autoflagellazioni – le tensioni dell’adolescenza testimoniano di un grido di ricerca d’aiuto in cui parla un desiderio di andare nel profondo.






