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Redazione Diocesi

A volte si sente parlare di dialogo abramico: il riferimento è al patriarca Abramo, comune alla Bibbia e al Corano, a ebrei, cristiani e musulmani.

L’islàm è l’ultima, in ordine di tempo, delle grandi religioni monoteistiche che costituiscono lo sfondo di senso della vita di molte persone.
Il monoteismo accomuna l’islàm al mondo ebraico-cristiano.
Inoltre un recente e consistente fenomeno migratorio conduce sempre più fedeli dell’islàm all’interno del mondo occidentale.

In questo senso il paradosso di un prossimo a noi sconosciuto rende inevitabile l’incontro e indifferibile il dialogo.
L’approssimarsi dell’islàm all’Occidente ha dei noti precedenti storici .
Echi nella cultura italiana sono l’uso simbolico di termini come saraceni e turchi. Oggi la diffusione dell’islam in Europa avviene generalmente in modo pacifico e silenzioso.

Nell’immaginario collettivo esiste tuttavia il pericolo di confondere queste nuove moltitudini con dei camuffati eserciti.
Nella mentalità comune l’immigrazione è un moderno cavallo di Troia che di nascosto introduce in casa i nemici.
Un’occhiata alle reali condizioni di vita dei musulmani in Italia basta a sfatare il mito dell’invasione.

Qual è il punto di vista dei musulmani sull’Occidente?
Cosa rappresentano gli occidentali per l’islàm?
Quale specificità incarnano?
La risposta è semplice e lapidaria.

Oltre che bianchi, greco-latini e cristiani secolarizzati, per i musulmani gli occidentali sono soprattutto portatori di individualità e allo stesso tempo vittime e carnefici di un nuovo imperialismo mercantile.

Poco o nulla rimane degli antichi valori biblici incentrati sull’uomo creato a immagine di Dio. L’islàm rimprovera al cristianesimo il tradimento del messaggio di Gesù, l’impoverimento dei rapporti umani e il dissolversi del senso di comunità, la secolarizzazione come rifiuto delle credenze religiose, lo scandalo della separazione del potere politico da quello religioso.

Tali provocazioni sono dirette al cristianesimo e richiedono una risposta ecumenica. Qualcuno in Occidente liquida le questioni poste paragonando l’islàm attuale al cristianesimo medioevale.
La differenza rischia di appiattirsi sul conflitto tra progrediti e arretrati .
L’avvicinamento all’Occidente moderno espone senza alcun dubbio i musulmani a crisi simili a quelle che il cristianesimo ha dovuto affrontare nel XV-XVI secolo.
L’approccio dell’islàm a questa realtà è tuttavia differente da quello cristiano.

Tale diversità di mentalità lascia aperto il discorso sul modo in cui l’islàm risponderà alle stesse sollecitazioni che il cristianesimo ha già subito.
Senza nascondere un ulteriore aspetto di complessità: islàm e mondo arabo non coincidono.
Non tutti gli arabi sono musulmani e non tutti i musulmani sono arabi.
Proprio come non tutti i musulmani sono integralisti e non tutti gli integralisti sono musulmani. L’integralismo musulmano sorge come risposta alle invasioni culturali ed economiche.

Nelle società a forte immigrazione musulmana l’integralismo costituisce spesso una forma di risposta all’emarginazione. Ecco perché, nei rapporti tra cristiani e musulmani, occorre anteporre l’accoglienza al dialogo. La condizione di diaspora significa minoranza e, spesso, stigmatizzazione.

Nello stesso tempo significa anche un contesto differente e una maggiore libertà per ripensare se stessi. Proprio in questa condizione i musulmani possono trovare un’alternativa sociale alla disperazione e alla rivolta violenta.

Gli islam in diaspora, plurali perché diversi, potranno così contribuire alla propria crescita e a quella di un’Europa più pacifica e accogliente per tutti. Il frutto di un paziente e costruttivo dialogo sarà una migliore convivenza e una maggiore comprensione.

Sarà così possibile un confronto su questioni difficili come distinguere il messaggio del Corano dall’integralismo islamico e applicare la critica storica della Bibbia anche al Corano.
Ciò che più urge è il dialogo sociale a cominciare da questioni minime e quotidiane come il lavorare fianco a fianco, mangiare insieme alla stessa tavola, sopportare con solidarietà le stesse sofferenze e gioire insieme delle stesse feste.

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