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Redazione Diocesi

La storia di un santo, la vita di un uomo.
Quella del vescovo Carlo Borromeo, eccezionale, senza dubbio, ma non per questo meno vera, meno vissuta. La Veneranda Fabbrica del Duomo non volle neppure attendere l’ufficialità della canonizzazione per raccontarla per immagini , quella vita, quella storia.

Carlo, per il suo popolo, per la sua gente ambrosiana, santo lo era già.
Per tanti anni avevano visto con i loro occhi le opere e i gesti di quel vescovo smagrito dalle privazioni, fortificato dalla preghiera, sorretto sempre da una fede immensa.

Li aveva incoraggiati nei momenti duri della carestia, era stato fra loro nei giorni tragici della peste, vivendo fino in fondo la pagina evangelica:
«Chi vuol essere grande tra di voi si faccia servitore».

Era il 1602. L’impresa apparve subito grandiosa, straordinaria.
Certo, già altri santi erano stati celebrati con una serie di opere o con cicli di affreschi.
Ma per il futuro co-patrono della Chiesa di Milano si pensò a qualcosa di veramente nuovo, di mai veduto.

Ventotto tele enormi, di sei metri di base per quasi cinque di altezza, da esporre lungo le imponenti navate della cattedrale, tra gli alti pilastri del “suo” duomo.
I “quadroni”, per l’appunto, come vennero subito ribattezzati con quella familiarità tutta ambrosiana.
«Il gran teatro della vita di san Carlo», come già definirono l’opera i contemporanei. Non ci fu bisogno di grandi ragionamenti per scegliere i temi e gli episodi da rappresentare.

Tutti li ricordavano, tutti li avevano ben impressi nel cuore. Le visite pastorali, innanzitutto. Quell’andare di parrocchia in parrocchia, di borgo in borgo, per monti e valli, fra gli uomini e le donne che gli erano stati affidati.
Già questo, allora, era qualcosa di inaudito, il segno che veramente la Chiesa stava rinascendo a nuova vita, dopo decenni di trascuratezza, con vescovi impegnati a fare i principi, troppo occupati in feste e gozzoviglie per farsi carico della cura di una diocesi.
E poi l’abbandono di beni, ricchezze, possedimenti: a tutto san Carlo aveva rinunciato, e di tutto ne aveva fatto dono ai poveri.

Altri teleri avrebbero infatti rappresentato la sua continua carità verso gli ultimi, le cure portate in prima persona agli infermi, ma anche le sue veglie, i suoi digiuni, le notti passate in preghiera tra le cappelle del Sacro Monte di Varallo.

Senza dimenticare anche il ruolo ecclesiastico del vescovo Borromeo: ed ecco allora le ripetute convocazioni di sinodi e di concili, ecco la riorganizzazione della struttura stessa della diocesi, ecco l’appoggio dato a quei nuovi ordini religiosi – come i gesuiti, i barnabiti o i teatini – che portavano anche in terra ambrosiana i fermenti di una rinnovata evangelizzazione.

Un’apposita “squadra” era stata creata per dar vita a un’iniziativa così importante. Ma la “mente” di tutto, possiamo crederlo, fu il cardinal Federico, che nel progetto profuse la stessa energia e la medesima filosofia che porteranno da lì a poco alla creazione della Biblioteca e dell’Accademia Ambrosiana.

Un principio su tutti: l’arte non doveva essere fine a se stessa, ma strumento per l’accrescimento della fede e della conoscenza degli uomini.
Con la forza dell’immagine, con la persuasione della bellezza.
Anche per questo si scelsero artisti forse non eccelsi, ma capaci di ben incarnare quello spirito.

Pittori comunque celebri, che già avevano dato buona prova di sé in altre significative commissioni diocesane e che avevano anche un’altra caratteristica affatto disprezzabile agli occhi della Fabbrica del Duomo: la rapidità d’esecuzione.
Paolo Camillo Landriani (detto il Duchino), Giovan Battista della Rovere (detto il Fiammenghino), Carlo Buzzi, Domenico Pellegrini, Carlo Antonio Procaccini sono i loro nomi.
E tra loro, una stella di prima grandezza: Giovan Battista Crespi detto il Cerano, che con la forza della sua arte seppe trascinare i colleghi in un lavoro di sorprendente qualità ed efficacia.

Il 4 novembre 1610, tre giorni dopo l’avvenuta canonizzazione, oltre ai quadroni della vita di Carlo Borromeo, in Duomo furono presentate ed esposte ventiquattro nuove tele a illustrare altrettanti miracoli del santo vescovo.
Minori per dimensione (“solo” tre metri e mezzo di larghezza per due e mezzo di altezza), ma non certo per qualità ed espressione.

Anzi, creati per lo più da un Cerano in grandissima forma e da un Giulio Cesare Procaccini in stato di grazia, gli episodi prodigiosi vennero narrati con partecipata emotività, con un gusto realistico capace di commuovere e stupire, senza retorica, senza finzioni.

I fedeli alzavano lo sguardo, ammiravano i colori, leggevano gli sguardi, riconoscevano le azioni, intuivano i prodigi, e in cuor loro ne gioivano: sì quell’uomo, quel vescovo, quel santo era stato proprio tra loro. E su di loro, san Carlo Borromeo, avrebbe continuato a vegliare.
Luca Frigerio

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