Aperta dal cardinal Tettamanzi la prima giornata del convegno di studi promosso dalla diocesi di Milano congiuntamente con la Cei sul progetto del nuovo Evangeliario. «Una missione ecclesiale e una grande operazione culturale», l'ha definita lo stesso Arcivescovo di Milano, mentre per monsignor Ravasi sarà «un'impresa ardua, ma necessaria», nella prospettiva dell'unità fra arte e fede.

di Luca FRIGERIO

Evangelario

«Una missione ecclesiale», ma anche «una grande operazione culturale». Così lo stesso cardinale Dionigi Tettamanzi ha definito il progetto per la realizzazione di un nuovo Evangeliario ambrosiano, aprendo la prima giornata di studi del convegno promosso dalla diocesi di Milano, congiuntamente con la Cei, e tenutosi a Milano presso il Museo diocesano: un progetto rivolto al mondo contemporaneo ma in continuità con la ricca tradizione e con la straordinaria eredità del passato.

L’Evangeliario, infatti, è il libro liturgico per eccellenza, quello cioè che raccoglie i testi dei quattro Vangeli, che nel corso dei secoli ha ispirato autentici capolavori, anche in terra ambrosiana. Ora, a conclusione della pubblicazione del nuovo Lezionario ambrosiano, e in concomitanza con l’analoga iniziativa della Conferenza episcopale italiana per il rito romano, il cardinal Tettamanzi intende commissionare un Evangeliario contemporaneo per donarlo a tutte le parrocchie ambrosiane. «Un’opera – ha spiegato ancora l’arcivescovo di Milano – che vuole essere testimonianza della fede e dell’ingegno delle donne e degli uomini del nostro tempo, e che si fa così espressione della vita cristiana di una comunità credente». Un libro “vivo”, insomma, che desidera porsi come segno della fede della Chiesa di oggi.

Si ben comprende allora quale sia l’“ambizione” di questo, per molti versi straordinario, progetto, per la realizzazione del quale, come ha ricordato il cardinal Tettamanzi, «ci si propone di raccogliere quanto di meglio è offerto in campo artistico, dalla pittura alla scultura, dal design alla grafica, per rivestire con un manto di bellezza quella Parola di vita che nella liturgia è pronunciata da Cristo stesso, perchè l’uomo possa meglio conoscere il vero volto del Padre». Si tratta, dunque, di recuperare un’idea forte di committenza da parte della Chiesa, con coraggio e consapevolezza, proprio come è avvenuto per secoli nel passato. Perchè quello che oggi chiede l’arcivescovo di Milano agli artisti non è una semplice “illustrazione” delle pagine dei Vangeli, ma un’opera che «abbia l’audacia di scrivere icone che parlino del Mistero santo che abita la nostra vita».

Del resto, come ha affermato padre Andrea Dall’Asta, direttore della Galleria San Fedele di Milano, «la relazione tra arte e fede trova le sue giustificazioni negli stessi testi fondatori del cristianesimo, a cominciare dal Prologo del Vangelo di Giovanni: “Il Verbo si fece carne”». Il Dio invisibile si è reso visibile attraverso una forma. Ma il “senso” dell’immagine non è tanto quello di “spiegare” o di “commentare” un testo, quanto quello di diventare spazio di relazione, favorendo così una dimensione di “incontro”, con se stessi e con Dio nella Chiesa. «L’immagine – ha continuato Dall’Asta – diventa come una porta che si affaccia sul mondo di Dio, della verità dell’uomo e della sua coscienza, della fraternità con gli altri istituita dal Vangelo. La “bella” immagine sarà dunque quella che permette di dialogare con le dimensioni più profonde della vita e di aprirsi alle relazioni nuove inaugurate dall’annuncio del Regno».

Una fede capace di vedere, come scriveva lo stesso sant’Ambrogio. Ma anche di “far vedere”, attraverso la vera arte, appunto. Non a caso, ha ribadito nel suo intervento al convegno monsignor Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nella Bibbia i termini ebraici che si riferiscono ai profeti e agli artisti hanno una singolare assonanza, accomunati in quella ispirazione divina che “colma” di sapienza e intelligenza per indicare agli uomini le vie da percorrere. «Arte e fede – ha sottolineato il biblista – tendono verso l’assoluto, cercano di esprimere l’ineffabile, di “costringere” l’infinito e l’eterno nello stampo della parola, della forma e dell’immagine. Credere e creare, infatti, sono due atti fondamentali che l’uomo adotta per raggiungere la trascendenza».
Per questo, ha concluso monsignor Ravasi, elaborare un nuovo Evangelario per questo nostro tempo sarà un’impresa ardua, eppure necessaria. E, paradossalmente, facile: perchè arte e fede sono “consanguinee”, immagine e Parola non possono scindersi.
 

Il cortometraggio di Valerio Marchesini
Photogallery del convegno
Presentato al Cardinale l’Evangeliario di Ariberto (photogallery)

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