Ct 5, 6b-8; Sal 17; Fil 3, 17-4,1; Gv 15,9-11 «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. […] Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». (Gv 15, 9.11) Gesù ci ama come lo ama il Padre. Ci fa partecipi della vita trinitaria. Se i discepoli vogliono portare frutto, devono rimanere in questo amore di Gesù, come il tralcio unito alla vite. L’amore di Gesù è il fondamento del nostro essere, uno spazio da abitare, una sorgente cui attingere. Se il nostro agire è mosso dall’amore, darà frutto e ci colmerà di una gioia che nessuno potrà toglierci, perché non viene dall’esterno, dalle cose, ma dal nostro interiore rapporto con Dio. E l’unione con Dio non è un generico affetto o una bella idea astratta: passa nel tessuto dei nostri giorni e ha il volto di quelli che incontriamo: fratelli che attendono di essere soccorsi, sostenuti, stimati, amati. «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4, 20). La nostra vera identità è essere figli e fratelli. Vivendo così avremo la vera gioia: gioia di sapersi amati e di amare. Preghiamo Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa – dice il Signore – e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. [da La Parola di ogni giorno, Ragione della nostra libertà – Pasqua 2010, Centro Ambrosiano]

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