At 25,13-14a.23.26,1.9-18.22-32; Sal 102 (103); Gv 12,44-50 «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre». (Gv 12, 44-46) Sono gli ultimi giorni della presenza di Gesù in Gerusalemme. Il suo destino è segnato e la separazione tra chi crede in lui e chi cerca di farlo morire si fa netta. Gesù abbandona ormai ogni prudenza e grida la sua identità con il Padre, invocando di essere creduto: chi vede me, vede Colui che mi ha mandato. Perché la sua volontà, la volontà del Padre, non è la condanna, ma è la salvezza di tutti: «Sono venuto per salvare il mondo» (Gv 12, 47.b). Ma l’umanità è stata creata a immagine e somiglianza di Dio, quindi libera e responsabile: sceglie da sé – come Eva e Adamo – se accogliere o no l’offerta dell’amore del Padre, che è vita eterna, esplicita in Gesù, nella sua persona, nella sua parola. Il vero peccato, per il Vangelo di Giovanni, è l’incredulità: chi rifiuta consapevolmente di credere, firma la propria condanna. I discorsi dell’ultima Cena saranno riservati ai discepoli; con queste parole gridate a gran voce si conclude la predicazione pubblica. Ormai è tempo di prendere una decisione. Preghiamo Egli perdona tutte le tue colpe, ti circonda di bontà e misericordia. Quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe. (dal salmo 102) [da La Parola di ogni giorno, Ragione della nostra libertà – Pasqua 2010, Centro Ambrosiano]

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