«Il Seminario, in questo momento, conta una comunità di circa 60 seminaristi, seguiti con un’attenzione specifica per i singoli step dei loro cammini. Inoltre, vi è l’anno particolare della terza teologia, dove i seminaristi vivono in piccole comunità per sperimentare in maniera più intensiva il collaborare e condividere la vita anche con chi non si sceglie, come avviene nel presbiterio. Sono ormai tre anni che abbiamo avviato tale sperimentazione e i risultati sono molto positivi».
A delineare con queste parole l’attuale realtà del Seminario di Venegono è il rettore don Enrico Castagna, ospite nella puntata de «La Chiesa nella città», il magazine di informazione religiosa della Diocesi in onda su Telenova e disponibile sul canale Youtube.com/chiesadimilano. In studio anche don Nikolas Abbate, che diventerà sacerdote il prossimo 13 giugno.
All’interno della puntata, laStoria presenta una sorta di “dietro le quinte” a più voci per raccontare come sia nato l’inno dei Candidati al sacerdozio 2026, «Cristo è tutto per noi».
Don Castagna, è più difficile, oggi, orientare il discernimento per i giovani che sentono la vocazione a divenire sacerdoti?
Indubbiamente. Tuttavia, si può dire che, come Seminario, andiamo un poco controcorrente rispetto al trend che registra, per i giovani, uno spostamento, verso i 30-35 anni, dell’età in cui si inizia a prendere decisioni di vita definitive. Infatti, la media di coloro che iniziano un percorso vocazionale in Seminario è sui 22-23 anni. Ogni giovane, poi, ha la sua storia, è un unicum, ma ciò che è dirimente e unisce tutte le vicende personali è l’incontro con persone o comunità significative che siano la testimonianza viva che si può mettere in gioco, che una vita interamente donata al Signore è possibile ed è anche feconda. Questo è il passaggio decisivo e il Seminario, di tale passaggio, è il crocevia. Io stesso, se ripenso a come è nata la mia vocazione, devo dire che il salto di qualità si è verificato proprio all’interno del Seminario, nell’incontro personale con il Signore Gesù.

Il cardinale Schuster, allora Arcivescovo di Milano, volle tenacemente il Seminario lontano da Milano, quasi fosse come le abbazie che lui, monaco benedettino, conosceva bene. Questo essere lontano aiuta o è di danno?
Certo, Venegono è una grande struttura in cui c’è una comunità che non è più grande. È vero che sembra distante, ma a me pare che non lo sia perché, comunque, in questi 100 anni di vita – è stato inaugurato nel 1935, ma già da alcuni anni ospitava seminaristi – sono cambiati i collegamenti, i trasporti e, poi, perché è nel cuore vivo della Diocesi, amato da tutti i presbiteri che lo hanno frequentato. Inoltre, c’è un valore aggiunto che viene da questo “essere in disparte”. Infatti, soprattutto nei primi anni di Seminario è importante che ci sia uno spazio per dedicarsi maggiormente ad acquisire metodi spirituali, a conoscere se stessi e, quindi, avere uno spazio per il ritiro ha un suo beneficio.
Riuscire a parlare tra generazioni diverse, rimane una questione aperta anche per quanto riguarda il percorso verso il sacerdozio?
Senza dubbio. Uno dei compiti principali della Chiesa, di ogni comunità cristiana, è la trasmissione della fede. Noi, come Diocesi, abbiamo un tesoro: gli oratori dove tante volte ha origine la vocazione che nasce perché qualcuno, fin da piccoli, ci ha trasmesso la bellezza della fede: un prete, un genitore, un educatore, un’educatrice. Cristo, ovviamente, è il centro, come recita il motto della classe di ordinazione di quest’anno «Cristo è tutto per noi», secondo la famosa espressione di sant’Ambrogio. Ma questa frase possiamo dire che abbia anche una dimensione ecclesiologica, perché aderire in tutto al Signore ci immette in una famiglia ecclesiale che a sua volta, ci permette di essere sempre in comunione con Cristo».
Come testimoniano preziose immagini d’epoca, le attività del Seminario non si sono mai interrotte, nemmeno nei periodi drammatici del secondo conflitto mondiale. Lei sente anche questa responsabilità nel guidare oggi la comunità seminaristica?
Certo, anzitutto per quanto attiene all’offerta formativa, che tanto ha avuto importanza anche per la mia esperienza di seminarista. Una proposta di alto livello, sia come qualità complessiva sia nelle sue varie dimensioni: da quella spirituale alla comunitaria, dalla teologica alla didattica. Si tratta di essere all’altezza dei tempi, mantenendo alta la proposta. Questo vuol dire, per esempio, considerare nel loro giusto valore lo sviluppo che hanno avuto le scienze umane (la psicologia, la sociologia, l’approccio pedagogico), e il condividere il cammino anche con tutta la comunità cristiana. Il Seminario è dentro il tempo che vive la società e che vive la Chiesa in un rapporto privilegiato con, nel nostro caso, l’Arcivescovo. Monsignor Delpini, che è stato anche Rettore di Venegono, è un riferimento presente e fondamentale.



