Un ragazzo simpatico, vivace, allegro, ma già da adolescente, caratterizzato dalla ricerca di una risposta alle domande del cuore e soprattutto di una fede vissuta anche nella semplicità di una vita normale, in famiglia, a scuola, con gli amici. Questo era il Servo di Dio Marco Gallo, nato nel 1994 in Liguria e morto a Sovico, in provincia di Monza e Brianza, mentre andava in motorino a scuola per un incidente stradale nel 2011 a 17 anni.
Da sabato 7 marzo, con la prima sessione pubblica presieduta dall’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, nella Cappella arcivescovile, si è aperta per lui la fase diocesana della Causa di beatificazione e di canonizzazione. Un momento di commozione e di preghiera affollatissimo di compagni di scuola di Marco, di suoi professori, degli amici della Gioventù studentesca di Comunione e liberazione, di sacerdoti e di vescovi. In prima fila, papà Antonio e mamma Paola con le sorelle di Marco, Francesca e Veronica.
Ed è appunto Paola Cevasco Gallo a raccontare chi era suo figlio: «Marco è sempre stato un ragazzino molto vivace, con tante passioni, con cui era piacevole stare. Ciò che ha caratterizzato il nostro tempo con lui era la certezza che mi ascoltasse e questo mi ha sempre dato fiducia».
Avevi notato in lui qualcosa di speciale fin da piccolo?
A 4 anni diceva che, da grande, voleva fare il “geometrico”, cioè voleva costruire qualcosa che rimanesse. E questo ci aveva molto colpito così come il fatto che ponesse tantissime domande: se vedeva qualcosa di interessante, chiedeva, voleva imparare. In questo senso non era di quelli che si mettevano in mostra – non gli interessava questo aspetto -, ma era curioso della vita.

La vostra famiglia si è trasferita più volte dalla Liguria alla Lombardia. Questo ha segnato Marco?
Il grande distacco è stato quello dalla Liguria che ha costretto tutti noi a cercare amicizie vere, non superficiali. Tale aspetto Marco lo ha sempre coltivato nella sua pur breve vita, cercando anzitutto l’amicizia con il Signore. A volte mi sorprendeva. Ricordo che, all’asilo, le suore insegnavano ai bimbi a scrivere delle parole. Un giorno, a casa, anche per tenerlo un po’ tranquillo (Marco non stava mai fermo), gli chiesi di scrivere una parola imparata che era «armadio». Si blocca e dice: «Scrivo prima Dio perché è il creatore». Non fu e non è una cosa da poco.
Come vive l’apertura della fase diocesana della Causa per suo figlio indicata dall’Arcivescovo come una proposta di santità per tutti?
Ovviamente non posso sapere dove porterà questa strada, ma quello che so è di provare gratitudine, emozione, forse tremore, di fronte a tutto ciò che sta accadendo. La consolazione – che noi ci diciamo in casa – è l’idea che comunque se il Signore ci ha dato la forza di continuare dopo il momento in cui Marco ci ha lasciato, non ci abbandonerà mai. Una cosa, di sicuro, è chiara: Marco continua a sorprenderci. Aveva tanti amici, ma se ne è fatto ancora di più in questi 15 anni. Il gran numero di persone che hanno voluto partecipare alla Sessione pubblica con un semplice “passaparola” – quanti ragazzi hanno dovuto seguire solo da remoto, perché sarebbero stati troppi se fossero stati stati in presenza -, ci dicono che quando si assaggia qualcosa di buono, quando si sperimenta il bene, lo si vuole comunicare agli altri. Mi hanno scritto anche giovani che studiano o lavorano in Giappone e negli Stati Uniti.
Voi siete una famiglia unita, legata al movimento di Comunione e liberazione. Educare i figli in questa prospettiva ha portato Marco a vivere la fede in modo più sentito di tanti suoi coetanei?
In lui era evidente soprattutto un bisogno di senso. Francesca, la nostra figlia più grande, diceva che Marco è diventato cristiano perché cercava un significato che durasse per sempre. Certo, la dimensione cristiana era un fattore fondamentale della sua esistenza. Ogni anno, il primo novembre, per la solennità di tutti i Santi facciamo un pellegrinaggio al santuario di Nostra Signora di Montallegro in Liguria. Nel 2012 (il 5 sarebbe stato un anno esatto dalla morte di mio figlio) vidi tanti ragazzi, pur nel dolore fu un momento di preghiera che ci aiutò moltissimo.
Il giorno prima dell’incidente suo figlio aveva scritto: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»…
Adesso possiamo dire che era il giorno prima, ma era un giorno assolutamente come tutti gli altri, anzi con lui, nessun giorno era mai come gli altri. Era successo che era morto Giovanni Bizzozero, un amico di un suo amico e lui mi chiedeva, cosa ci voleva dire il Signore. Era questa la sua domanda profonda.






