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Testimonianza

Nel Medio Oriente in fiamme la pace non può aspettare

Il giorno dell’attacco Usa all’Iran, a Istanbul era in corso un incontro di PeaceMed, il network promosso da Caritas per sostenere le organizzazioni della società civile del Mediterraneo allargato. Malgrado il momento drammatico si è continuato a lavorare, dimostrando che un’alternativa alla guerra è possibile

di Benedetta MATTERAZZOCaritas Ambrosiana e Caritas Italiana, Coordinatrice network PeaceMed

6 Marzo 2026
PeaceMed

Era la mattina conclusiva di una tre giorni la cui preparazione, già di per sé, non era stata semplice. E ci trovavamo davanti al passaggio più delicato di un lungo percorso. Grazie al contributo dell’associazione Rondine – Cittadella della Pace, ci eravamo formati sul tema della trasformazione del conflitto e avevamo appreso metodologie pratiche e concrete per l’animazione comunitaria in materia di riconciliazione. A Istanbul, però, l’obiettivo era un altro: trasformare in struttura permanente un insieme di organizzazioni che, per più di un anno, avevano lavorato sulla pace.

Benedetta Matterazzo
Benedetta Matterazzo

Le relazioni base della collaborazione

Il progetto PeaceMed si caratterizza anzitutto per le scelte di metodo. Si legge in uno dei passaggi della Carta di Intenti che abbiamo scritto insieme e che a Istanbul dovevamo convalidare: l’integrità delle relazioni è il fondamento della collaborazione. Fiducia, ascolto reciproco, incontro autentico: le basi di un lavoro comune, chiamato ad abbracciare 19 Paesi, l’intero bacino del Mediterraneo e oltre. Detto altrimenti: la pace che intendiamo promuovere all’esterno, in contesti complessi e sovente instabili, è inseparabile dal modo in cui collaboriamo tra noi.

A Istanbul intendevamo riflettere proprio sulle modalità operative del network, su come dare forma strutturata a ciò che fino ad allora era stato un percorso condiviso. Dalla condivisione di esperienze e punti di vista alla costruzione di una rete mediterranea permanente per la pace.

PeaceMed
Un momento dell’incontro

Preoccupazione crescente

Da qualche settimana, tuttavia, respiravamo preoccupazione. Circa dieci giorni prima del meeting di Istanbul erano comparse le notizie sullo spostamento di una portaerei statunitense verso il Medio Oriente. Immediatamente il pensiero era tornato allo scorso giugno, quando avevamo programmato una Summer School residenziale in Italia che, a una sola settimana dall’inizio, era stata annullata a causa dell’attacco israeliano all’Iran e della conseguente guerra “dei dodici giorni”.

Insomma, non eravamo arrivati a Istanbul con ingenuità. Nei giorni precedenti avevamo mantenuto contatti costanti con i colleghi palestinesi, libanesi, iraniani. Il timore per gli spostamenti era reale, e ogni partecipante aveva potuto decidere in totale libertà se venire o meno in Turchia.

Sono venuti tutti. Non era affatto scontato. Poi, davanti al caos in cui, proprio la mattina di sabato 28 febbraio, il mondo è sembrato precipitare, è apparso ancora più chiaro che il lavoro sulla pace non può aspettare. Per quanto sia complicato, e lo è davvero, non è qualcosa che si può rimandare.

Nel momento culminante dell’incontro di Istanbul – la rilettura collettiva della Carta d’Intenti, documento fondativo del network – l’Iran e l’intero Medio Oriente tornavano a essere in fiamme. Al palesarsi delle prime notizie, da coordinatrice del progetto avevo abbassato le aspettative. Metà dei partecipanti proveniva dai Paesi teatro della nuova guerra. Nel giro di pochi minuti erano iniziate a fioccare, sui cellulari, le notifiche delle cancellazioni dei voli per chi sarebbe dovuto ripartire quella stessa sera.

Avevo dato per persi i lavori della giornata. E invece è successo il contrario.

PeaceMed
L’intervento di Benedetta Matterazzo

Un lavoro portato avanti

Tutte le attività si sono svolte con una partecipazione piena e intensa. Non che mancasse la preoccupazione, anzi. Tutti noi, di tanto in tanto, controllavamo le news. Ma il valore del percorso compiuto e lo slancio verso il futuro erano così forti che siamo riusciti, insieme, a portare avanti il lavoro e a finalizzarlo.

Quello che stava accadendo si è trasformato anche in qualcosa di più: un laboratorio di solidarietà concreta, la prova che continuare a dialogare, proprio mentre il contesto si fa più fragile, è una scelta che tiene aperto uno spazio di fiducia.

Così nel gruppo ci si è stretti attorno a chi, in quel momento, era più direttamente coinvolto. La collega iraniana che, ancora oggi, non è riuscita a rientrare nel suo Paese. Gli altri colleghi mediorientali, con cui si è creato uno straordinario lavoro di squadra per immaginare piani B e C, ripensando itinerari di viaggio affinché tutti potessero trovare un modo per tornare a casa, dalle proprie famiglie.

PeaceMed
Un’altra fase del meeting

I principi prendono forma nella realtà

In quel momento è diventato evidente che i principi che avevamo scritto insieme non erano rimasti parole su un documento. Stavano già prendendo forma nella realtà. Avere cura gli uni degli altri, sostenersi reciprocamente, non è qualcosa di astratto. Al contrario: è un antidoto concreto a una realtà che sembra fare di tutto per farci sentire isolati e rassegnati di fronte alla violenza.

Sappiamo che la realtà non gira intorno a noi, che interi popoli stanno drammaticamente soffrendo. Ma possiamo testimoniare, avendolo sperimentato nel nostro piccolo, nella mattina di Istanbul, che anche nei momenti peggiori non tutto si perde. Educare alla pace in tempi di guerra significa anche questo: riconoscere che i percorsi di riconciliazione non possono essere rimandati a stagioni più favorevoli. Che un’alternativa alla divisione esiste. E che bisogna avere la tenacia e il coraggio di continuare a sceglierla e costruirla.