Un incontro per parlare di un anniversario importante – i sessant’anni della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate -, ma soprattutto per approfondire cosa lega cristiani ed ebrei. Sarà quello che si svolgerà giovedì 15 gennaio, alle 18, presso il Museo diocesano Carlo Maria Martini, e che vedrà le relazioni dell’Arcivescovo e di rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano e presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana.
Il riferimento a Nostra Aetate è stato scelto dall’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della Cei in occasione della 37ma Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio), dal titolo «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi-Bereshit 12,3). La stessa benedizione, per Abramo, per tutti i suoi discendenti, scrive la Cei, «raccolti dentro la medesima Alleanza. Alleati dello stesso Alleato. Che benedice, cioè fa vivere».
«La Dichiarazione Nostra Aetate – spiega monsignor Luca Bressan, vicario episcopale di Settore e presidente della Commissione diocesana Ecumenismo e Dialogo – è stata davvero una pietra miliare del Concilio Vaticano II, avendo mutato i rapporti tra il cristianesimo, soprattutto il cattolicesimo, e la religione ebraica, ma non solo. Fu un passaggio forte sessant’anni fa e continua a esserlo oggi».
In che senso?
Perché la Dichiarazione ha segnato un cambiamento radicale. Infatti, come ha scritto lo stesso rav Arbib, «la Chiesa ha abbandonato, allora, l’obiettivo della conversione degli ebrei, ha rigettato l’accusa di deicidio e ha cominciato a superare la teologia della sostituzione». Ossia che la Chiesa cattolica sia il nuovo Israele: in realtà Dio non ha mai rinnegato la promessa e l’alleanza stretta con il suo popolo, tanto che noi riconosciamo negli ebrei i nostri fratelli maggiori, come li definì Giovanni Paolo II.
Si dice spesso che una vera e intera attuazione del Concilio è ancora lontana. Ciò vale anche per quanto riguarda un pronunciamento come Nostra Aetate?
Sì. C’è ancora strada da fare, nel senso che si tratta di vedere nel dialogo interreligioso qualcosa che ci fa comprendere il presente e immaginare il futuro, come dimostra, per esempio, anche il recente documento della Chiesa ambrosiana sugli oratori e il pluralismo religioso (leggi qui). Tutto questo chiede di interrogarci profondamente sulla nostra identità non per indebolirla, ma per sostenerla, anzi svilupparla in linea con il Concilio Vaticano II. Naturalmente attualizzandola con le urgenze del tempo che stiamo vivendo.
La nostra Diocesi è da tempo un’isola felice del dialogo ecumenico e interreligioso. I gravi eventi bellici di questi ultimi anni, hanno lasciato un segno anche nelle relazioni a livello locale? La stessa Cei, nel messaggio per la 37esima Giornata, non nasconde che lungo il cammino, soprattutto negli ultimi tempi, si siano vissuti momenti difficili. I Vescovi italiani quindi, invitano a «ripartire da questa certezza, anche dopo le crisi, anche nei momenti di crisi»…
Nel caso del dialogo ebraico-cristiano dobbiamo molto al rapporto che seppero istaurare e far progredire, nel territorio locale, il cardinale Carlo Maria Martini e l’allora rabbino capo di Milano, rav Giuseppe Laras. Le relazioni, nella nostra Chiesa in questo contesto, ci sono e continuano a essere profonde, permettendoci di non appiattirci sulle questioni politiche e distinguendo il popolo ebraico, lo Stato di Israele e le scelte del suo attuale governo. Nulla è cambiato nel nostro rapporto con l’ebraismo e con il rabbinato presente a Milano.
Come si articolerà l’incontro al Museo diocesano?
Vi saranno il saluto e l’introduzione iniziali di padre Traian Valdman, presidente di turno del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano, copromotore dell’incontro insieme al Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo. Successivamente, don Lorenzo Maggioni, docente presso l’Università Cattolica e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, approfondirà «Il significato di un anniversario», richiamando la Dichiarazione conciliare. Prenderanno poi la parola, per le rispettive comunicazioni, il Rabbino capo e l’Arcivescovo.



