Il Naviglio grande fa parte di una antica rete idraulica che, composta da cinque grandi canali, permette di collegare il Ticino all’Adda

Giuseppe Moreno Vazzoler

Naviglio_Grande

Il Naviglio Grande fa parte di un sistema di cinque grandi canali, irrigui e navigabili, milanesi e pavesi, che attraversa un’area molto vasta tra il Ticino e l’Adda. Milano è al centro di questa complessa e antica opera idraulica, che la collega ai due fiumi.

La cronologia della costruzione dei primi canali milanesi è incerta. Realizzati inizialmente a scopo d’irrigazione furono poi adattati, superando svariate difficoltà, alla navigazione. La prima notizia documentata di un canale derivato dal Ticino, chiamato Ticinello, con direzione orientale, passando per Castelletto di Abbiategrasso, per terminare nel Lambro meridionale, all’altezza di Landriano, risale al 1177: aveva uno scopo difensivo, separava i territori di Milano e Pavia che a quell’epoca (Barbarossa) erano nemiche tra loro. Questo confine, in parte naturale, avendo recuperato anche tratti di rogge già esistenti, fu motivo di dispute anche cruente tra due territori politicamente e civilmente divisi, con ricadute anche ecclesiastiche, in quanto diverse località passarono, a volte solo provvisoriamente, altre definitivamente, dalla giurisdizione diocesana ambrosiana a quella pavese e, seppur in misura minore, viceversa (loca discordiae). Nel corso di un secolo esso fu prolungato fino a Milano, allargato e reso navigabile a partire dal 1270: venne chiamato Naviglio Grande.

La navigazione ebbe una rilevanza commerciale ed una militare: nell’epoca delle Signorie si costituì una regolare flotta armata che fu strumento efficace nelle lotte per il dominio economico-politico della valle Padana. Particolare importanza assunse la navigabilità del Naviglio Grande quando si diede inizio alla costruzione del Duomo di Milano, nel 1386, per volontà di Gian Galezzo Visconti: l’esistenza di questa “via d’acqua” rese possibile l’utilizzazione dei marmi rosa delle cave di Candoglia, nei pressi del lago Maggiore.

Con due giorni di viaggio veniva coperta una distanza di poco più di 100 Km: blocchi di marmo, caricati sulle chiatte, scendevano lungo il fiume Toce, arrivavano al lago Maggiore, imboccavano il Ticino, infine, a Tornavento, seguivano il Naviglio Grande sino a Milano.

Il Naviglio Grande giungeva ad un livello di alcuni metri sotto quello del fossato che circondava le mura di Milano: si risolse il problema di questo “scalino” d’acqua, che impediva alle chiatte di raggiungere la piazza del Duomo, con l’invenzione delle conche, che venne in seguito perfezionata da Leonardo da Vinci. Le chiatte, contrassegnate dalla sigla AUF (ad usum fabricae) erano esenti da dazi, che venivano invece applicati a tutti gli altri trasporti.

Ci sono numerosi documenti che ci testimoniano come, a partire dalla Signoria dei Torriani, Milano provvedesse con precise e frequenti disposizioni alla regolamentazione dell’uso delle acque dei fiumi e dei canali, cercando di contemperare gli interessi pubblici con quelli privati.

Dal XIII secolo troviamo “maestri deputati sopra le acque e le opere pubbliche”: questa magistratura rimase in funzione fino alla metà del Settecento. I decreti sull’uso, la sorveglianza e la buona conservazione dei navigli venivano applicati da ufficiali ducali, affiancati da speciali ingegneri per i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria. Personale armato a cavallo e balestrieri erano preposti alla custodia del Naviglio Grande e la tassa pagata dai conducenti di vettovaglie, di bestiame, di materiale da costruzione ad uso privato, serviva appunto a finanziare tale sorveglianza. Tutto ciò perché non mancasse mai l’acqua per la navigazione del Naviglio Grande.

Nella seconda metà del Quattrocento, sotto il dominio degli Sforza, la navigazione ebbe la sua massima espansione ed i commerci prosperarono, ma la fine del secolo e la caduta di Ludovico il Moro, segnarono la decadenza politica di Milano ed influirono negativamente sulla storia dei suoi Navigli, la cui manutenzione verrà saltuariamente affidata ai milanesi in cambio del diritto all’esazione dei dazi. Per due secoli le opere di ingegneria idraulica lungo il Naviglio Grande saranno scarse ed occasionali; in compenso il patriziato milanese prediligerà le sue sponde come luogo di villeggiatura, lasciandoci un notevole patrimonio architettonico, purtroppo non sempre mantenuto in buone condizioni: splendide ville si affacciano sul Naviglio, in modo particolare nel tratto tra Robecco e Cassinetta di Lugagnano.

Durante tutto l’Ottocento il Naviglio continua ad essere utilizzato per il trasporto di merci e passeggeri (famoso “el barchett de Boffalora”) e per la produzione di energia meccanica per il funzionamento di filande e mulini. Un esempio ci è offerto dalla villa Clerici di Castelletto di Cuggiono, che nel XIX secolo era stata trasformata in filanda. Nel secolo scorso l’acqua è stata utilizzata come fonte di energia: quella del Naviglio Grande viene utilizzata dalla centrale termoelettrica di Turbigo. Il secolo scorso ha visto decadere la funzione di trasporto: quella relativa alla produzione di energia è limitata alla centrale, mentre i mulini e le filande sono oggetto di studio di archeologia industriale.

Il Naviglio mantiene però l’utilizzo agricolo … Il tracollo del Naviglio Grande ha una data: il 1933, anno in cui è stata decisa la chiusura della cerchia interna dei navigli della città che caratterizzava Milano e la rete dei corsi d’acqua che la circondavano.

Solo recentemente si è pensato ad un recupero sia culturale che economico del sistema dei navigli, per una rivalutazione dell’intero ambiente lombardo e dei suoi aspetti peculiari, di cui il Naviglio Grande è un esempio.

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