La quinta Via Crucis Zonale 2020 è stata guidata dall’Arcivescovo nella Cappella feriale del Duomo. «Non immaginiamo un Dio che ci somigli secondo le nostre fantasie, verso cui proiettare paure, sensi di colpa, desideri di rivincita, bisogno di sicurezza»

di Annamaria BRACCINI

«Sulla via della croce, Gesù imprime in noi la sua immagine e, dunque, ci chiama a ricercare chi siamo, oltre le cose che facciamo, oltre il titolo con cui siamo chiamati, oltre il ruolo, oltre l’immagine pubblica. Più in profondità delle nostre emozioni, più in alto dei nostri pensieri, nella stanza più segreta della nostra intimità, fin là dobbiamo andare, nell’indicibile, nell’immagine non scritta da mano d’uomo, al principio stesso della nostra vita, nella relazione di cui siamo vivi. Siamo figli di Dio, noi chiamati a collaborare alla salvezza che Gesù ha operato, da qualunque parte del mondo veniamo, qualunque siano le nostre capacità».
A sera di un venerdì di quaresima, segnato dallo sgomento e dal dolore per lo spaventoso numero di morti a causa della pandemia, dall’immagine indimenticabile del Papa che, solo in una piazza San Pietro sferzata dalla pioggia, benedice il mondo, dicendo “Nessuno si salva da solo, siamo tutti sulla stessa barca” e dall’Arcivescovo che, per l’intera giornata a Milano, visita i cimiteri portando la sua preghiera per tutti i defunti, la via del Calvario si tocca con mano, anche se solo attraverso la televisione, la radio e la rete.
È la Via Crucis «riservata e che avremmo voluto celebrare in modo popolare e partecipato nella Zona IV a Parabiago, come segno di cammino penitenziale per tutta la Comunità», sottolinea il vescovo Mario, guidandola dal Duomo a porte chiuse. «Costretti dalle circostanze non siamo però privati della possibilità di pregare, di camminare con Gesù sulla via della gloria che il Padre riserva al Figlio che si dona fino alla fine», riflette ancora il Pastore ambrosiano, aprendo il Rito che si snoda dalla I alla V Stazione, presso la quale il Vescovo sosta a lungo in ginocchio davanti alla croce. E, ancora una volta, la sua omelia si sofferma sulle figure «dell’incontro». Come Simone di Cirene, lo straniero, immagine di tutti gli “stranieri” del mondo.
L’omelia
«Se Simone era di Cirene, significa che veniva dal Nord Africa. Forse è venuto a Gerusalemme a cercare lavoro, forse non parlava bene la lingua del posto, forse era considerato uno straniero, più esposto a subire prepotenze e, infatti, lo hanno costretto a portare la croce. Secondo quanto scrive il Vangelo, è stato l’unico ad aiutare Gesù». Quel Cristo «per cui nessuno è straniero, tutti sono fratelli».
Chiarissimo il messaggio: «Il modo con cui Gesù attira a sé è veramente divino: non convince promettendo vantaggi, onori, guarigioni, miracoli. Attira a sé con la commozione che suscita perché si è umiliato fino a essere un poveraccio schiacciato da un peso troppo grave, condannato con una condanna troppo ingiusta. Attira Simone lo straniero di Cirene attraverso la costrizione e il malumore di un’altra fatica, che, per Simone, diviene una rivelazione della sua vocazione».
Vocazione di un uomo prezioso agli occhi del Signore, pur non contando niente a quelli degli uomini. Simbolo ed esempio per tutti noi: «Considera l’altezza della tua vocazione, non sottovalutarti mai. Non dire mai: “Io non sono nessuno, non valgo niente. Tu sei degno di portare la croce, di percorrere la via che Gesù ha percorso per salvarci, proprio tu, Simone, lo straniero che viene dal Nord Africa”».
E, così, anche la semplice Veronica, «l’icona della devozione straziata che, con il suo gesto di pietà, trova impresso sul suo sudario l’immagine del volto di Gesù». Non a caso, forse, proprio da tale passaggio prende spunto la suggestiva tradizione orientale dell’icona non dipinta da mano umana, nella quale «è scritto l’ammonimento a non immaginare un Dio che ci somigli, secondo le nostre fantasie, verso cui proiettare paure, sensi di colpa, desideri di rivincita, bisogno di sicurezza».
Piuttosto occorre accogliere «l’invito a essere simile a Dio, cercando di diventare simile a questo Figlio di Dio che ha salvato il mondo consegnandosi al mistero dell’iniquità».
Da qui la consegna finale: «Porta in te l’immagine di Dio non fatta da mano d’uomo, perché la storia dell’umanità, la sua grandezza e la sua miseria, non hanno in se stessa il suo senso, l’umanità non si è fatta da sé, e non può salvarsi da sé. Siamo invitati a portare, con Gesù, la sua croce. Siamo chiamati a capire la nostra verità più profonda, siamo figli di Dio».
A conclusione, «dalla casa di tutti i milanesi», arriva dall’Arcivescovo la gratitudine per tutti «a cui voglio dire l’affetto, la vicinanza, l’incoraggiamento con la benedizione del Signore».

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