L’Arcivescovo ha presieduto in Duomo, a porte chiuse, la Messa nella Cena del Signore, inizio del Triduo pasquale. «Ci prepariamo alla festa - quando sarà -, quando potremo celebrare ancora insieme. La gente vuole bene ai suoi preti e i preti vogliono bene alla loro gente»

di Annamaria Braccini

Giovedì Santo

Il Triduo Pasquale 2020, quello che – come tanti altri momenti di queste settimane di Quaresima -, nessuno pensava che si potesse vivere solo attraverso i mezzi della comunicazione, a porte chiuse, in un Duomo deserto, senza Lavanda dei Piedi, all’inizio della Celebrazione vespertina del Giovedì santo, e senza riposizione dell’Eucaristia alla sua conclusione. Ma così è: l’Arcivescovo, che presiede la Messa in Coena Domini – concelebrata dall’Arciprete e dall’Arcidiacono della Cattedrale, unitamente a una rappresentanza dei Canonici del Capitolo metropolitano -, raggiunge l’altare maggiore con una processione breve. Il Rito della Luce, l’Inno, le Letture, significativamente proclamate da due rappresentanti del settore della carità e del volontariato – Laura Rancilio di Caritas Ambrosiana e fra’ Domenico Lucchini dell’Opera San Francesco – e il brano iniziale della Passione di Matteo, precedono la riflessione del Vescovo Mario. Annodata dal filo rosso della Parola, tratta dal Libro di Giona – prefigurazione della morte e risurrezione di Gesù -, dall’Epistola di Paolo ai Corinzi e, appunto, dalla Passione secondo l’evangelista Matteo.

L’omelia dell’Arcivescovo

«C’è una parola per voi, profeti in fuga dalla missione, inadatti e spaventati per l’ostinato desiderio di Dio di salvare, invece che di punire e distruggere; profeti addormentanti nel mezzo della tempeste, che dormite profondamente mentre la nave affonda; profeti facili all’invettiva e al risentimento, impenetrabili alle intenzioni di Dio e allergici alla sua misericordia».
E dopo «i poveri profeti da niente di cui la storia si prende gioco», l’Arcivescovo non dimentica «i discepoli mediocri, ottusi e smarriti di fronte alle confidenze ultime, al segno del pane e del calice», incapaci di vegliare «un’ora accanto al maestro angosciato: discepoli maldestri che usate la spada quando la via del Signore è la mitezza; che siete vinti dallo spavento, quando la via del Signore è la fortezza», scandisce il Vescovo.
E, ancora discepoli infedeli, rinnegatori, da poco, quelli che siamo tutti noi oggi: le comunità «deludenti» convocate dall’amore e che non si amano; «comunità insignificanti, che dovreste essere un segno di comunione nello spezzare del pane e siete separati da beghe meschine, da rivalità ridicole, da egoismi».
Ma, allora, qual’è la parola che viene rivolta «a destinatari che hanno tante buone ragioni di sentirsi deludenti?».
È la certezza di essere dentro la storia della salvezza, avendo l’incarico di scrivere pagine di vangelo. «La vocazione alla conversione è affidata a voi, profeti da strapazzo. E se voi ubbidirete, la città – anche Ninive – sarà salvata. Voi siete chiamati a essere i testimoni di Gesù. Proprio voi, chiamati per nome con uno sguardo di predilezione, eppure così impermeabili alle parole, così incapaci di contenere il vino nuovo, così ripiegati su voi stessi».
Una salvezza, insomma, offerta a tutti «perché avete pregato, vi siete lasciati trafiggere il cuore dallo sguardo di Gesù». «Proprio per questo siete stati scelti, chiamati, perché tutti i peccatori, tutti i mediocri, tutti i borbottoni, tutti i vili e i pigri, possano alzare la testa e pensare di poter diventare un testimone, un missionario, un santo». Proprio questa è la Chiesa che «custodisce quello che ha ricevuto dal Signore. Questa comunità che molti hanno lasciato, delusi nelle loro aspettative o pretese, che molti hanno contestato, che è di moda irridere e squalificare, proprio questa Chiesa celebra l’Eucaristia e diventa un cuore solo e un’anima sola». Il pensiero va anche alla dolorosa situazione presente. «Proprio questa Chiesa che molti hanno criticato perché ha raccomandato la prudenza in questo periodo, fino a rinunciare alle assemblee liturgiche, o perché non è stata abbastanza prudente; che molti hanno criticato perché non è riuscita a convincere Dio a qualche miracolo spettacolare e perché continua a desiderare la convocazione festosa dei fedeli nella Celebrazione eucaristica, mentre dovrebbe rassegnarsi a dichiarare fallimento e a tacere: proprio questa Chiesa è la comunità che si vuole convertire e incamminarsi fiduciosa per una nuova umiltà e tenacia nell’annuncio del Vangelo a tutti, fino ai confini della terra. Ecco questa parola non nasconde che siamo mediocri, parte di una comunità segnata da molte insicurezze, ma dice che il messaggio che chiama a conversione viene da noi. Non siamo perfetti e non lo saremo domani: siamo peccatori perdonati, ancora disponibili alla Parola che chiama».
E alla fine della Celebrazione, la Salmodia per la conclusione dei Vespri e ancora espressioni di vicinanza da parte dell’Arcivescovo. «Abbiamo celebrato questa Messa in Coena Domini proprio a ricordare l’istituzione dell’Eucaristia, quello che più manca nelle nostre comunità in questo tempo. È una mancanza irrimediabile: soltanto quando potremo celebrare le nostre assemblee festose, potremo dire che è ritornata la normalità. Però anche in questa Celebrazione – in cui sentiamo la mancanza dei fedeli e di cui i fedeli sentono la mancanza -, vogliamo riconoscere un invito all’intensità dell’essere discepoli, imitando il Maestro. Secondo il racconto di Giovanni, l’ultima sera di Gesù con i suoi discepoli è stata caratterizzata dalla lavanda dei piedi e, dunque, da un segno del frutto dell’Eucaristia, che è servirsi gli uni gli altri. Io sono contento se tante persone hanno seguito, attraverso la televisione e i media, questa Celebrazione o stanno seguendo quella di papa Francesco o dei loro preti nelle parrocchie. È un modo imperfetto di partecipare, però è un modo con cui la gente dice che vuol bene ai suoi preti e che desidera partecipare all’Eucaristia. Così posso anche dire che i preti vogliono bene ai loro fedeli. Credo che, oggi, molti sacerdoti saranno desiderosi di fermarsi in adorazione, magari anche più di un’ora, per poter raccogliere, nella loro preghiera, tutti i loro fedeli. E penso con affetto a tanti preti che, magari per malattia o per le condizioni in cui si trovano, non possono neppure celebrare; a tutti voglio dire il mio affetto. Ecco, la gente vuol bene ai suoi preti e i preti vogliono bene alla loro gente. Ci prepariamo dunque alla festa – quando sarà -, quando potremo celebrare ancora insieme. E sono contento anche che in molte famiglie si sia creato un clima di preghiera, una qualche forma di celebrazione nella chiesa domestica, che fa in modo di percepire la presenza del Signore in una forma diversa dal solito, ma ugualmente intensa ed edificante per chi si trova in casa. Su tutti voglio invocare la benedizione del Signore».

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