Con la settima Via Crucis - prevista a Vimodrone - presieduta nella Cappella feriale del Duomo dall’Arcivescovo, si è concluso il cammino quaresimale zonale 2020. «Con Maria riconosciamo che Dio è presente nel crocifisso anche se è sconvolgente per il pregiudizio umano»

di Annamaria BRACCINI

Via Crucis

Ancora una volta, anche per l’ultima delle 7 Via Crucis zonali di questa Quaresima così difficile e dolorosa come è accaduto per le ultime 6, l’Arcivescovo apre il la Celebrazione da lui presieduta con una breve parola di spiegazione che, solo poche settimane fa, non avremmo mai immaginato. «Celebriamo la nostra Via Crucis per la Zona VII. La previsione era che la celebrassimo a Vimodrone, con concorso di popolo, percorrendo le strade della città. Ma i limiti della cautela e del buon senso, ci hanno convinto a celebrarla qui in Cattedrale, la casa di tutti i milanesi, per tutti coloro che vorranno assistere pregando con me, da qualunque parte arrivi il segnale dei nostri mezzi di comunicazione. Disponiamoci a vivere un intenso di preghiera e di ascolto nel quale rivivremo con Cristo le tappe della sua Passione fino al silenzio del sepolcro, fino all’attesa della sua risurrezione».
Tra tanti mutamenti – se il luogo non è quello che si pensava, se non partecipano fisicamente fedeli e non si cammina per le strade dell’amata terra ambrosiana -, un cosa, infatti, non cambia e può cambiare: l’invito, rivolto a ciascuno, a seguire il Signore sulla via della croce, nelle diverse stazioni e incontri: la Madre, il Cireneo, Veronica. Una vicenda che non è «il racconto di una storia, ma una specie di sintesi del dramma di essere vivi», come sottolinea il vescovo Mario.

L’omelia dell’Arcivescovo

«Chi percorre questa via dolorosa sente echeggiare tutte le domande più profonde e inquietanti dell’umanità, come quella che non si può evitare», tanto più in queste settimane: dov’è Dio?.
Interrogativo che può essere declinato, tuttavia, in modi diversi, da quello beffardo a quello devoto, credendosi onnipotenti oppure, semplicemente, rimanendo alla superficie di un sentimento di vaga commozione umana.
«La domanda può essere posta come una sfida da chi dice: “Io faccio quello che voglio e niente me lo può impedire. Dio non c’è, e se c’è, non si interessa. Il potere, nel suo orgoglio, si vanta di fare quello che vuole e non ha motivi per temere Dio. Il potere dice: “Io posso ingiustamente condannare il giusto e chi me lo può impedire? Io posso umiliare e torturare l’inerme, il debole: chi me lo può impedire? Dov’è questo Dio Di cui parlate? Io posso mettere in croce l’innocente tra due delinquenti: è forse venuto un angelo di Dio a liberarlo?».
E, poi, la devozione, «per cui la sofferenza dell’innocente muove qualche cosa nell’animo diventando una provocazione alla commozione. Nell’animo dei semplici, anche di quelli che sembrano così distratti e superficiali, anche di quelli che si presentano in modo grossolano, di fronte all’ingiusto soffrire si muove qualche cosa, uno spiraglio dal quale emerge che, nell’animo umano, c’è una dimensione spirituale, c’è una predisposizione alla compassione, alla solidarietà, alla generosità».
Una spiritualità che, nell’occasione, si fa «gesto che non ti aspetti, eroismo che sorprende. E, allora, la domanda devota – dov’è Dio? – trova la risposta facile: Dio è nella commozione della Veronica che si esprime nel gesto della pietà, Dio è nel soccorso offerto, sia pure controvoglia, da Simone di Cirene».
È la spiritualità che offre «la risposta sufficiente per recuperare qualche cosa della religione, della devozione, della presenza del divino, facendo riferimento a una specie di riserva dei buoni sentimenti, a quell’arte di stare bene con se stessi che ha bisogno di fare anche un poco di bene agli altri, a quel desiderio di armonia con l’ambiente che investe di tenerezza piante, animali, spettacoli naturali e ogni essere vivente».
Ma questa modalità – pur buona e che l’Arcivescovo definisce «facile» – non basta, tanto da essere messa a dura prova dalla via della croce, nella quale, la vera risposta è data dalla Madre. «Maria che non dice una parola, non compie nessun gesto, ma guarda Gesù e riconosce che Dio è presente».
«Dio non risponde alle domande dei beffardi, non è il Dio potente che fulmina i prepotenti come si aspetterebbe il risentimento degli sconfitti e dei deboli», ma non è nemmeno quel «dio che non si confonde con una vago sentimento di bontà, con uno struggimento interiore, con l’autocompiacimento di chi si accontenta e trova nel linguaggio religioso e persino in Dio, un utile complemento per essere soddisfatto di sé».
Altro è lo sguardo di Maria, altro è percorrere con lei – auspica il Vescovo – la via della croce per rendere accessibile il Santo dei Santi nell’uomo crocifisso, nel costato trafitto. Maria guarda Gesù e riconosce che Dio è presente, è lì, nel crocifisso. È un modo divino di essere Dio. È sconvolgente per il pregiudizio umano, per la fantasia religiosa. Percorriamo la via della croce insieme al popolo dei credenti, per giungere fino all’incontro con il risorto e professare con Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”».
Infine, dopo la recita del Padre Nostro e la benedizione, l’Arcivescovo aggiunge: «Desidero ringraziare la Comunità di Vimodrone che avrebbe voluto accompagnare la Via Crucis per le strade. Spiace di non averlo potuto fare, ma ci sentiamo spiritualmente uniti. Ringrazio tutti coloro che avevano programmato di partecipare. Li raggiunga, attraverso la televisione e la radio, lo stesso frutto spirituale. Ringrazio anche il personale del Duomo e i monaci di Dumenza, che hanno preparato questi testi. A loro va il mio pensiero, la benedizione e anche il cordoglio per il loro fratello defunto».

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