Un tempo di interiorizzazione necessario al fedele per fare proprio il dono della Parola appena ascoltata, anticipo di una riflessione più prolungata da compiere nella settimana

A cura del SERVIZIO PER LA PASTORALE LITURGICA

La liturgia della Parola culmina nella proclamazione del Vangelo da parte del diacono o dello stesso sacerdote che presiede il rito eucaristico. Al Vangelo segue l’omelia, che ha il compito di aiutare i fedeli ad appropriarsi in modo vitale dell’annuncio fatto mediante le letture bibliche, favorendo in ogni modo l’opera dello Spirito Santo in noi, il nostro Maestro interiore.

Da sola però, l’omelia, per quanto ben fatta, non produce un reale ascolto della Parola, una sua piena assimilazione orante e una sua messa in pratica nella vita quotidiana. Perché questo accada, alla predicazione deve accompagnarsi un tempo di silenzio di interiorizzazione, grazie al quale ciascun fedele possa fare proprio il dono della Parola, affidandosi alla sua potenza rinnovatrice.

Ecco perché la norma liturgica raccomanda con forza che, al termine dell’omelia, venga lasciato «qualche momento di silenzio», un inizio e un anticipo di quel tempo più prolungato di riflessione e di preghiera che ciascun fedele dovrà impegnarsi a trovare nel corso della settimana per non perdere la grazia di quanto ha ascoltato la domenica.

Tenendo conto del ritmo complessivo di una celebrazione, il silenzio dopo l’omelia è bene che si estenda per almeno uno o due minuti. È poco più di una breve pausa, ma sufficiente, se ben utilizzata, perché ciascun fedele, mentre è ancora seduto nella posizione del discepolo che ascolta, dopo avere invocato lo Spirito Santo, incominci a domandarsi: «Che cosa mi è stato detto? Quale messaggio oggi il Signore mi affida? Su quale parola dovrò tornare nel corso della settimana perché porti realmente frutti di vita in me? Quali motivi di preghiera mi sono stati suggeriti?».

Se si decide di fare seriamente questo piccolo, ma intenso esercizio di meditazione, il tempo di silenzio a disposizione non basterà e verrà naturale prospettare la sua prosecuzione in un tempo successivo.

Al contrario, se ci si metterà in attesa che il silenzio termini e la celebrazione riprenda, quella pausa risulterà interminabile, fastidiosa e irritante. Sarebbe allora il caso di non sottovalutare il segnale che ne viene: forse abbiamo perso la capacità di ascoltare la Parola e di farle spazio nell’intimo del nostro cuore; forse, prima ancora, abbiamo perso l’umana capacità di concentrarci su un messaggio che ci è stato comunicato mediante la parola e di interiorizzarlo con la riflessione.

Il silenzio dopo l’omelia ci offre dunque l’opportunità di riattivare l’uso delle nostre facoltà interiori (il pensiero, l’immaginazione, il sentimento, l’emozione) per conoscere il pensiero di Cristo, per farlo diventare faro che illumina le nostre scelte di vita, per metterlo al centro della nostra preghiera e della nostra azione.

Il silenzio dopo l’omelia è un momento davvero favorevole perché anche noi – come dice Gesù – siamo tra quelli che hanno «orecchi per intendere» e lasciamo che il nostro cuore, come quello dei discepoli di Emmaus, torni ad ardere di amore per il Signore.

Dal silenzio dopo l’omelia scaturisce infine il prosieguo della liturgia della parola (il canto, la preghiera universale, l’orazione sacerdotale, lo scambio della pace) e tutta la liturgia eucaristica (la presentazione dei doni, la grande preghiera di consacrazione, i riti di comunione). Esso infatti è come un grembo generoso, che custodisce e rigenera i gesti e le parole rituali della comunità dei fedeli allo scopo di realizzare la perfetta comunione con Dio e tra i fratelli.

Mettendo insieme vari frammenti della norma liturgica, potremmo così sintetizzare il silenzio dopo l’omelia: avvia un processo di comprensione intellettuale («una più profonda intelligenza della Parola»), di adesione della mente e del cuore alla volontà di Dio e di affinamento della preghiera comunitaria e personale («unire la preghiera alla Parola»).

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