In dialogo col cardinale Scola tre coppie di coniugi, due giovani e una mamma separata. «Cosa mi ha colpito del Sinodo? L’insistere sulla bellezza del matrimonio, fedele e aperto alla vita, che fonda la famiglia»

di Annamaria BRACCINI

Scola famiglie Sinodo

«Una delle esperienza più belle che ho fatto al Sinodo è vedere il caleidoscopio della Chiesa universale, che si è reso evidente, durante i lavori, così come il tema della bellezza del matrimonio e della famiglia che ne consegue. Argomento, questo, che è emerso da tutti gli interventi dei Padri con il desiderio, da parte dei Vescovi, di un forte cambiamento dello sguardo da porre sulla famiglia. Pensiamo alla definizione della famiglia come Chiesa domestica, per usare un’espressione di san Giovanni Crisostomo, che, fino a oggi – nonostante il Concilio Vaticano II, che pure l’ha ripresa -, è rimasta lettera morta. Uno degli aspetti che più mi ha colpito, quindi, anche perché mi stava particolarmente a cuore in quanto lo giudico molto rilevante, è l’insistere sulla bellezza del matrimonio, fedele e aperto alla vita, che fonda la famiglia. Questa bellezza appare poco, perché noi preti, e non solo, abbiamo trattato la famiglia troppo come un oggetto della cura pastorale (che è evidentemente cosa fondamentale), ma assai meno come soggetto diretto dell’annuncio di Cristo e della vita in Gesù. Per questo, da tempo, sottolineo l’importanza di ritornare a incontrarsi nelle case, respirando la quotidianità, come si faceva nella Chiesa primitiva. È una rivoluzione copernicana rispetto alla concezione che, in genere, abbiamo della famiglia». Racconta e spiega, il cardinale Angelo Scola, come ha vissuto personalmente il Sinodo sulla famiglia, quali siano state le sue impressioni di Padre sinodale, come il confronto durante le tre settimane dei lavori sia stato positivo, istruttivo e incoraggiante.

In dialogo con l’Arcivescovo, intorno a un semplice tavolo «proprio come si fa in famiglia», tre coppie di coniugi, due giovani e una mamma separata. Enrica, sposata con Luca, dopo venticinque anni di matrimonio ancora si guardano con amore, accanto a loro due dei tre figli, Anna e Francesco. Monica ha anche lei tre figli, ma è sola; Sara e Luigi, che si sono conosciuti studiando medicina all’Università, sono sposati da poco più di un anno, mentre Andrea e Monica da diciassette.

Sono le famiglie, che, in una sera come tante, alla periferia di Milano, intorno al tavolo da pranzo della casa di Luca ed Enrica, si incontrano con il Cardinale, che subito esprime un desiderio, anzi, un auspicio: «Vorrei, riprendendo il Sinodo, che dal concetto di famiglia come soggetto di evangelizzazione, al quale, non a caso i Padri hanno dedicato un paragrafo nella Relatio finale, rinascesse, nelle nostre case e attraverso le relazioni e le circostanze quotidiane, un modo di affrontare la vita nel bene e nel male, nei rapporti facili e difficili, secondo quello che abbiamo chiamato “avere i sentimenti di Gesù, il pensiero di Cristo”. Per questo ho proposto la mia Lettera pastorale con questo titolo e ho dedicato un paragrafo proprio alla descrizione dei modi concreti con cui sperimentare la mentalità di Cristo. Ritengo che questo sia un aspetto decisivo perché siamo figli di un Dio incarnato. La nostra religione non si riferisce, infatti, a un essere perfetto, assoluto, eppure distaccato, ma a Colui che è venuto a rivelarci, per quanto possibile alla nostra comprensione, il volto del Padre e dello Spirito santo, il volto stesso di Dio, accompagnandoci quale via, verità e vita. Anzi, come dice sant’Agostino, “via alla verità e alla vita”. La famiglia fa parte della costituzione della Chiesa: se manca, non c’è, quindi, tutta la Chiesa e se, per troppi decenni, non abbiamo saputo mobilitare la famiglia nell’assumere tutta la sua responsabilità, abbiamo contribuito a disincarnare il cristianesimo».

Consapevolezza che deve coinvolgere i credenti, soprattutto di fronte allo smarrimento di intere generazioni, spingendo ad ancorare il credere e l’intera esistenza alla roccia di Cristo. E, allora, come superare quello che il beato Giovanni Battista Montini, già nel 1934, indicava come il dramma del presente, la scissione tra fede e vita? Appunto portando la testimonianza della gioia di essere sequela del Signore, ogni giorno, con semplicità, magari confrontandosi, comunque parlandosi e comunicando. «Vi ringrazio. Questo per me è stato un momento di relax, di vera Chiesa domestica», dice, infatti, a conclusione, il Cardinale. «Portate questa esperienza a coloro che conoscete, i vicini di casa, gli amici, i parrocchiani. “Gemmate”, raccontate, così il dialogo si dilata e la nostra fede diventa incarnata, vera, non è solo un “discorso” o un impeto di pietà, ma aiuta a camminare».

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