Nel Duomo di Milano il cardinale Angelo Scola ordina cinque nuovi diaconi permanenti, che portano così il totale in Diocesi a 143. Diretta tv e web. Don Giuseppe Como: «È un ministero specifico, non una supplenza ai presbiteri»

di Ylenia SPINELLI

Immaginetta diaconi permanenti 2015

È chiamato “ministero della soglia”, per indicare il ruolo che il diacono deve ricoprire nella comunità cristiana: non tanto un ministro che sta prevalentemente sull’altare, quanto piuttosto in mezzo alla gente, là dove la Chiesa si interfaccia e si mescola con situazioni di lontananza dalla fede, ricerca di Dio, indifferenza, ma anche di povertà materiale.

Il diaconato è dunque un servizio a Dio e all’uomo, che nella nostra Diocesi è stato istituito dal cardinale Martini nel 1987 e che in quasi trent’anni è cresciuto, tanto da poter contare oggi su 143 ministri (il più giovane ha 33 anni ed è celibe), compresi i cinque che verranno ordinati nel Duomo di Milano sabato 7 novembre durante la celebrazione eucaristica vigiliare. La cerimonia, presieduta dal cardinale Angelo Scola, avrà inizio alle 17.30 (diretta su Chiesa Tv – canale 195, e www.chiesadimilano.it; omelia in differita su Radio Mater alle 22.45) e come sempre vedrà la commossa partecipazione dell’intera famiglia di ciascuno dei cinque diaconi.

Thomas Anthony Lyden, classe 1974, insegnante di religione cattolica di origini scozzesi, avrà sicuramente un bel da fare a organizzare la trasferta da Arese con i suoi sei figli, l’ultima nata pochi giorni fa. Insieme a lui verranno ordinati il cinquantaseienne Guglielmo Gualandris (milanese, sposato con due figli, responsabile amministrativo di una ditta), Alessandro Lodolo D’Oria (cinquantacinquenne fund-raiser di Gerenzano, sposato con due figli e una ragazza in affido), Alberto Meneghello (classe 1962, di Villanova di Bernareggio, coniugato con tre figli e responsabile dell’assistenza tecnica di una ditta di strumentazioni scientifiche) e Claudio Savi (cinquantenne medico anestesista di Vignate, sposato con quattro figlie).

Il motto da loro scelto, in preparazione all’ordinazione, “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9,35) dice bene il senso della missione a cui saranno chiamati. Al termine della cerimonia, infatti, l’Arcivescovo comunicherà a ciascuno di loro i luoghi e gli ambiti in cui esercitare il loro servizio, che potranno spaziare dalla carità alla pastorale sanitaria o culturale, dalla pastorale parrocchiale a quella familiare.

«La tendenza in questi ultimi anni è stata quella di una destinazione in ambito sovra-parrocchiale – spiega don Giuseppe Como, dal 2012 rettore per la Formazione al Diaconato permanente -. Lo abbiamo precisato anche nel nuovo Direttorio, sempre tenendo conto del fatto che il diacono spesso ha una famiglia ed è giusto che non si allontani troppo dal proprio paese di residenza». In effetti la famiglia, e in modo particolare la moglie del diacono, è ampiamente coinvolta nel ministero, non in maniera diretta, ma per il sostegno, la collaborazione e l’elasticità nella ristrutturazione della vita quotidiana che il ministero richiede.

Quello del Diaconato permanente nella nostra Diocesi è un cammino in divenire: in questi anni c’è stata una maggiore conoscenza della figura e contemporaneamente la possibilità di apprezzarlo di più, ma, precisa don Como, «cerchiamo di trasmettere l’idea di un ministero che non sia di supplenza a quello presbiterale, ma abbia una sua specificità. Non si tratta di un “laico speciale”, ma di un membro del clero, spesso sposato, che vive e lavora in un contesto secolare».

L’obiettivo da raggiungere un vista dei trent’anni di istituzione è allora quello di consolidare sempre di più questa figura nella sua specificità, all’interno di una Chiesa che si rinnova.

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