Nella giornata di ieri è stata identificata anche la seconda vittima del deragliamento del tram 9 avvenuto, lo scorso venerdì, in via Vittorio Veneto a Milano. Si tratta di Okon Johnson Lucky, cittadino nigeriano, che avrebbe compiuto 50 anni il prossimo agosto. Sulle prime, nella concitazione dei soccorsi, la sua identità era stata scambiata con quella di Abdou Karim Tourè, 56enne senegalese, gravemente ferito nell’incidente.
Ad accomunare i due uomini, oltre al coinvolgimento nel sinistro e al fatto di essere originari dell’Africa, la loro condizione di vita: entrambi persone senza dimora. Abdou Karim Tourè risulta inserito nel circuito dell’assistenza pubblica garantito dal Piano freddo del Comune di Milano; Okon Johnson Lucky nello scorso ottobre si era rivolto al Sai, lo Sportello accoglienza immigrati di Caritas Ambrosiana, chiedendo assistenza per presentare alle autorità italiane richiesta di Protezione internazionale, e in quella occasione aveva dichiarato come luogo di riferimento Piazza Duca d’Aosta. Viveva, insomma, in luoghi di fortuna nei pressi della Stazione Centrale.
Capita spesso – gli operatori e i volontari di Casa della Carità e Caritas Ambrosiana lo sanno per esperienza – che le persone senza dimora trascorrano del tempo, durante la giornata, sui mezzi pubblici della città. Una soluzione pratica per ripararsi alle insidie del clima (freddo, pioggia, calura eccessivi) e per riempire i ricorrenti tempi morti tra un appuntamento e l’altro (la mensa, il dormitorio, gli uffici pubblici) della tipica giornata da homeless. Capita spesso anche che la presenza di queste persone sia considerata con sospetto, se non con fastidio, da altri viaggiatori. Nonostante il fatto che, per lo più, si tratti di presenze dimesse e tranquille. Più che da razzismo o crudeltà, il disagio può nascere dallo specchiarsi in un’esistenza ai margini, e dall’inconscia paura di essere costretti, un giorno, a trovare rifugio in un tram, non avendo altre certezze cui affidarsi.
Non si sa se Okon Johnson Lucky e Abdou Karim Tourè viaggiassero insieme. La loro presenza sul mezzo deragliato è però un monito a tutti noi, e alle nostre istituzioni, a intensificare gli sforzi di accoglienza, assistenza e inclusione che rendono una comunità più umana. La città (enti pubblici e del privato sociale) ha fatto molto, negli ultimi anni, per irrobustire gli interventi a favore degli homeless, nel periodo invernale e non solo. Ma ancora meglio si può fare. E, soprattutto, si possono modificare e rendere più umane, più realistiche e meno escludenti politiche migratorie e prassi burocratiche che hanno, come esito principale, la produzione e l’incremento di situazioni di irregolarità. Le quali umiliano chi vi si trova coinvolto, e di certo non alimentano sentimenti di sicurezza e coesione nella comunità.
Si dice spesso, con espressione retorica, che in fondo, in questa vita, siamo tutti sulla stessa barca. Di sicuro Okon e Abdou erano sullo stesso tram che conduceva verso le loro case, il loro lavoro e i loro affetti Fernando Favia, l’altra vittima del deragliamento, e i numerosi feriti. Provenienze diverse, storie lontane, impegni e attese distinti: ma su quel tram – un unico viaggio, il medesimo destino – non c’erano cittadini e clandestini, ricchi e poveri, inclusi ed esclusi. Solo fratelli e sorelle, ai quali Caritas e Casa della Carità intendono esprimere la solidarietà più sincera e la preghiera più commossa.






