Tra i primi ad assistere gli abitanti di Seveso e Meda colpiti dalla diossina e alla disperata ricerca di informazioni su qualcosa di sconosciuto fu il professor Paolo Mocarelli, presente alla cerimonia di commemorazione, al quale abbiamo chiesto di rievocare il clima di quei mesi.
«Ricordo giorni di tanto, tanto lavoro – ammette -. Ai tempi ero primario del Servizio di Medicina di Laboratorio dell’ospedale Pio XI di Desio e con i miei colleghi ho dovuto affrontare qualcosa di sconosciuto. Morivano i conigli e gli animali da cortile, le piante e l’erba ingiallivano e la gente aveva paura».
«All’inizio – prosegue il professore – riscontrammo sulla pelle ustioni chimiche perché dalla nube dell’Icmesa era uscita soda caustica, poi verso settembre è comparsa la cloracne, una dermatosi che ha colpito soprattutto i bambini che trascorrevano tanto tempo all’aperto».

Il 2 agosto si erano sottoposte ad esami del sangue oltre 440 persone, ma allora nessun laboratorio era in grado di misurare la TCDD, la diossina, in miliardesimi di grammo. Ci sono riusciti undici anni dopo gli americani, proprio grazie a un’intuizione del professor Mocarelli.
«Vengo dalla ricerca e ho pensato che quello che non si poteva fare oggi si sarebbe potuto fare in futuro – spiega – . Così ho fatto congelare 30 mila campioni, chiedendo di comprare tanti congelatori a meno venti e meno ottanta gradi per conservarli, che però costavano».
Nel 1987 si riaprì il caso Seveso e partì il progetto Italia-Usa: «L’agenzia federale statunitense di salute pubblica iniziò a leggere la diossina nel sangue. Si cominciò con i primi trenta dosaggi e ci tengo a sottolineare che gli americani fecero gli esami gratis, allora si parlava di più di mille dollari a campione».
Grazie all’intuizione del professor Mocarelli fu possibile dare alla comunità scientifica mondiale dati fondamentali.
Dagli esami emerse che le persone avevano nel sangue mille volte la dose normale di diossina, «perché la diossina si mangia – spiega il professore – è contenuta nel latte e nei formaggi, le mucche e le pecore la mangiano con l’erba».
«Allo stesso tempo si comprese che l’uomo, a differenza degli animali, è resistente alla diossina – conclude il professore – ma non è vero che non fa niente. Per esempio, riscontrammo che gli adolescenti delle zone più colpite avevano meno spermatozoi e le donne un ciclo leggermente più lungo».






