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Milano

Giovani, Pellai: «La rabbia sconfina se mancano i valori e il senso del limite»

Secondo lo psicoterapeuta e docente dell’Università degli Studi le vite virtuali, la perdita di relazioni e le disuguaglianze alimentano il disagio delle nuove generazioni: «Dobbiamo rimettere a disposizione dei ragazzi i luoghi del "villaggio" che da sempre fanno crescere un bambino come parrocchie e associazioni sportive»

di Stefania CECCHETTI

19 Ottobre 2026
Milano, scontri e saccheggi di giovani incappucciati in centro

Senso di appartenenza, disabitudine alle attività costruttive, incapacità di gestire le emozioni. Secondo Pellai, docente del Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, sono questi gli ingredienti esplosivi che hanno spinto ragazzi così giovani «a darsi appuntamento in un luogo centrale della città per spaccare tutto».

«Gli adolescenti – spiega lo psicoterapeuta – devono sentirsi parte di un gruppo, che rappresenti un riferimento generazionale. È una dimensione che si è persa moltissimo negli ultimi dieci anni: i ragazzi sono chiusi nelle loro stanze, vivono in solitudine e nessuno li chiama fuori, nel mondo».

Alberto Pellai

Una “clausura” che secondo Pellai non è imputabile solo alla pandemia: «Le ricerche ci dicono che questa trasformazione della crescita, che definirei antropologica, è cominciata circa dieci anni prima e ha una correlazione molto forte con la diffusione di dispositivi digitali portatili, arrivati nella vita dei preadolescenti proprio nel 2011-2012. Una prima tipologia di studi ha rilevato che i ragazzi facevano sempre meno cose fuori, nel mondo reale, e sempre più attività dentro la propria stanza che, nelle generazioni precedenti, era invece il luogo in cui si veniva chiusi per punizione». Una seconda tipologia di ricerche, in ambito clinico, «ha mostrato un peggioramento degli indicatori di salute mentale proprio a partire dal 2011. La crisi è poi deflagrata con la pandemia, ma era già stata in qualche modo prodotta nel decennio precedente».

Il fascino della distruzione

Sugli atti di vandalismo esplosi a Milano ha inciso anche il fascino di una chiamata a “distruggere” che rispecchia molto le esperienze digitali dei giovani, «in cui non si costruisce, ma si distrugge; non si protegge, ma si elimina. Per loro è diventata un’abitudine, qualcosa che ha davvero desensibilizzato rispetto all’empatia e al rispetto delle regole», sottolinea Pellai. Che aggiunge: «Sono immersi in un “brodo digitale”, in una cultura che non ha mai immaginato di avere il dovere etico di generare il bene, di costruire un’appartenenza sana e di coinvolgere i ragazzi nella cooperazione e nella solidarietà».

Emozioni fuori controllo

Ultimo fattore in gioco, secondo lo studioso, le emozioni: «Quando sono così potenti ed esplosive, significa che non sono state educate, comprese e indirizzate. È una sorta di deserto interiore, quello che oggi connota l’età evolutiva. Per avere dentro di sé il senso del limite e del confronto, per capire che quello che si sta per fare non è un’azione ribelle con un significato sociale, ma un vero e proprio crimine, bisogna avere dei riferimenti. Servono categorie etiche e morali, quelle che dovrebbe fornire un progetto educativo negli anni della crescita».

Questo non significa che la rabbia sia anomala, precisa Pellai: «La rabbia, di per sé, è un’emozione che appartiene all’adolescenza ed è, in qualche modo, un antidoto alla depressione. L’adolescente ha una potenza che deve diventare competenza, e il mondo intero deve facilitare questo passaggio». Certo è che la rabbia trova una potente cassa di amplificazione in una società «dove esistono polarizzazioni incredibili: da una parte la grande ricchezza, dall’altra una sottopopolazione che vive in condizioni di marginalità e si trova a servire chi detiene quella ricchezza. È chiaro che questa situazione genera frustrazione»

Così come chiaro, secondo lo psicoterapeuta, che «viviamo in un mondo che, scegliendo un modello liberista, orientato alla tutela del profitto di mercato anziché alla qualità della vita delle persone, non protegge i diritti dei più fragili e vulnerabili, quali sono per definizione i bambini e i ragazzi».

C’è un antidoto, di fronte a questi vuoti? «Dobbiamo rimettere i ragazzi e le ragazze, soprattutto i preadolescenti e i giovani adolescenti, nel mondo, a costruire e non a distruggere. Dobbiamo rimettere a disposizione di bambini, bambine e adolescenti i luoghi del villaggio che da sempre fanno crescere un bambino: le parrocchie, gli scout, le associazioni sportive, la banda, il coro. Luoghi in cui i ragazzi sono sempre andati fuori, ma per fare qualcosa che costruisce e non che distrugge».