Nel Rapporto 2019 a tema la costruzione di uno sviluppo integrale, inclusivo e sostenibile. Alla presentazione l’Arcivescovo e l’assessore Del Corno

Rapporto sulla Città

Milano città aperta che volge lo sguardo al futuro. Ma quale direzione si vuole imprimere al cambiamento, perché questo salvaguardi con coraggio e senso di responsabilità l’umano, la solidarietà, e in definitiva l’anima di una metropoli che vive mutamenti vorticosi?

È quanto emerge dal Rapporto Ambrosianeum sulla città 2019, presentato martedì 2 luglio, che prova a offrire una base di ragionamento per rispondere a queste domande. Lo fa raccogliendo l’ammonimento lanciato dall’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, nel corso del suo Discorso alla città il 6 dicembre scorso Autorizzati a pensare, e ponendosi come primo momento di quell’alleanza civica al servizio della città ipotizzato dallo stesso Delpini e subito condiviso dal sindaco di Milano Giuseppe Sala.

«Il Rapporto sulla città 2019 raccoglie questa proposta e la rilancia alla politica e alla società civile attraverso una prima consultazione allargata, ospitando contributi che si misurano tanto sull’idea stessa di città, quanto sulle politiche e sui processi di innovazione sociale e istituzionale che servono per realizzarla – scrive nell’introduzione la curatrice, Rosangela Lodigiani, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro in Cattolica -. Ben 30 sono le voci qui riunite per conoscere e affrontate le urgenze della città. Trenta voci l’una dall’altra distinte per sensibilità e prospettive, che ci parlano di Milano da diverse angolature, scandagliandone i bisogni e le priorità su cui agire, che riflettono diverse appartenenze (politiche, religiose, generazionali…) e ruoli (istituzionali, occupazionali, sociali…) ricoperti dentro la città».

Promotore di un processo concreto

Infatti nel 2019 il Rapporto Ambrosianeum cambia orientamento. E da reference-book su un aspetto di particolare interesse e attualità della realtà milanese al servizio della città, quale è stato dal 1990 in poi, per quest’anno si trasforma – in collaborazione con il Centro di ricerca Wwell (Welfare, Work, Enterprise, Lifelong Learning) dell’Università cattolica del Sacro Cuore, e con il contributo di Fondazione Cariplo – in promotore di un processo concreto che al cambiamento della città stessa si propone di offrire un contributo fondamentale.

I nomi? Tra i tanti, il sindaco di Milano Giuseppe Sala; l’assessore comunale a Lavori pubblici e casa Gabriele Rabaiotti; il presidente della Fondazione Casa della carità don Virginio Colmegna; il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti; il presidente di Confcommercio, di Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi e di Unioncamere Carlo Sangalli; il rettore della Università cattolica Franco Anelli; Laura Zanfrini, direttore del Centro di ricerca Wwell della stessa Università. Sono solo alcuni di un parterre molto ricco.

La città e il tempo di mezzo

Perché il lavoro portato avanti dal Rapporto sia efficace, occorrono solide basi teoriche, cui provvede la presentazione al Rapporto 2019, firmata dal presidente Ambrosianeum Marco Garzonio e dedicata a «La città e il tempo di mezzo».

Si rifà alla grande dicotomia classica tra Chronos e Kairòs, Garzonio. Ovvero alla millenaria distinzione tra «tempo quantitativo» e «tempo-opportunità», quest’ultimo sede d’azione prediletta dell’anima della città: «La città ha un’anima in quanto essa è il respiro del tempo», scrive Garzonio. Che ai tanti adoratori contemporanei del dio Chronos (un soggetto piuttosto distruttivo nella sua ineluttabilità, visto che divorò i suoi stessi figli per la paura di essere a sua volta eliminato da loro) oppone «un piccolo dizionarietto attraverso cui aiutarci a dar voce all’anima della città».

Le voci messe in campo dal presidente Ambrosianeum sono sei: il Risveglio («L’anima della città è impotente quando su persone, relazioni, pubblica amministrazione calano torpore, inerzia, passività»); l’Ascolto («L’anima si fa ispiratrice e collante della polis quando a tutti viene dato ascolto, a cominciare dai meno fortunati»); lo Studio («Studiare è tendere verso una meta… L’interiorità che si fa bussola mi dà le coordinate… La bussola ci fa vivere il kairòs. L’anima della città ci aiuta a… scorgere chiaramente quali problemi e sfide ci sottoponga il presente»); il Conoscere («uno stato psichico vigile, attivo, libero», positivo in quanto «l’inquietudine nutre l’anima della città»).

Ma non basta. Perché al di là della dimensione soggettiva evocata dalle prime quattro voci, s’impone – il ragionamento è come sempre profondamente politico – una riflessione sulla dimensione collettiva. Ecco allora le ultime due incarnazioni del dizionario del kairòs declinato da Garzonio: il Farsi tramite («Trames è il “sentiero”, la “strada”, la “via che crea un passaggio”») e il Coraggio («Osare è guardare avanti, lontano, oltre le persone e le cose che abbiamo di fronte, oltre ciò che oggi possiamo immaginare»). Perché se nel solco di Tolstoj «il seme non vede lo stelo che cresce», scrive il presidente Ambrosianeum, l’essenziale è «essere parte attiva e sognante del cambiamento: immaginato e possibile. Essere cittadini, parte viva dell’anima della città. Di una Milano nuova».

L’etica della città

La specificità del Rapporto 2019, nella sua molteplicità di approcci – ideali, politici e professionali – delinea l’immagine di «una metropoli plurale e cosmopolita per composizione e vocazione», di una «una metropoli territorialmente e amministrativamente complessa e multilivello», e in definitiva, come scrive Lodigiani nella sua introduzione intitolata «L’etica della città», riportando alcuni assunti dei contributori, di «una casa in comune», il cui punto di forza è l’attivazione insieme di nuovi attori, pubblici e privati.

Una casa che non vuole chiudere a chiave la porta, Milano. E dove «questa apertura chiede di diventare legame», «legame di cura, legame di cittadinanza», scrive ancora Lodigiani, citando di questo legame le declinazioni possibili offerte dagli autori del Rapporto 2019: dalla «sollecitudine per l’altro» alla «consapevolezza della nostra comune fragilità», dal «guardare alla persona nella sua integralità, carne e spirito», al fatto che «la cura è integrale se è cura anche della dimensione spirituale, religiosa della persona».

L’imprescindibile visione antropologica fondata sulla relazione («ogni vita ha un valore assoluto, prendersi cura dell’altro, specialmente quando fragile, è dovere della comunità intera», scrive Lodigiani) rischia però – nel quadro politico e culturale odierno, segnato da chiusure e individualismi – «di diventare un’azione di rottura, controcorrente», per questo è ancora più importante affermarla. E Milano non ha paura di farlo per superare i sentimenti di insicurezza profonda, che si trasformano in insofferenza, paura, rancore…

«Di fronte a questo rischio, che è quello di una Milano che corre a due velocità e che smarrisce lungo il cammino il principio unificatore – la sua anima! – occorre rimettere al centro la logica della condivisione, e su questa base, come avviene in modo significativo nell’ambito del welfare, costruire alleanze per il bene comune», scrive Lodigiani.

«La città si trova nel mezzo di una transizione decisiva in cui c’è in gioco la sua capacità di costruire uno sviluppo davvero inclusivo, sostenibile, integrale; in cui c’è in gioco anche la capacità di restare collegata al resto del Paese, evitando di pensarsi come una monade isolata»: «interconnessa a livello globale, ma senza legami di interdipendenza con il contesto territoriale e nazionale di cui fa parte».

La crisi è alle spalle, ma molto c’è ancora da fare

Senza dimenticare che «Milano si è lasciata la crisi alle spalle»: «Dal 2015 l’andamento è tornato costantemente positivo. Il tasso di occupazione, calcolato sui 15-64enni, ha superato in modo netto i valori del 2008 sfiorando il 70%. La ripresa è stata trainata soprattutto dalle donne, con un valore del tasso di occupazione che supera il 60% (4 punti percentuali in più di quello lombardo e 11 di quello italiano). Il tasso di occupazione dei giovani-adulti 25-34enni – dopo la flessione registrata tra il 2009 e il 2014 – nel 2015 ha ripreso a salire. Non è ancora colmato il gap pre-crisi, ma la progressione è costante e oggi 8 giovani su 10 sono occupati, contro gli oltre 7 su 10 della Lombardia e 6 della media del Paese.

Il quadro è però meno lineare di quanto sembri – si legge nell’introduzione di Lodigiani -. È cresciuta soprattutto l’occupazione a tempo determinato. Il fenomeno interessa soprattutto i giovani, ma non solo loro: anche la fascia d’età 35-54 anni ha registrato un marcato incremento. E interessa in special modo le donne. La partecipazione femminile al mercato del lavoro, inoltre, è sensibilmente la più bassa rispetto alle principali città europee, senza che questo si coniughi a più alti tassi di natalità.

Milano capitale del lavoro, quindi, che sa «riconoscere nel lavoro un capitale su cui investire, da sviluppare agevolando i settori e le aziende che creano lavoro buono». Questo investimento è centrale per il futuro della città perché dice di un modello di sviluppo che vede nel lavoro un legame sociale fondamentale.

Milano è anche «capitale della conoscenza» e «capitale universitaria», come scrive la curatrice del Rapporto Ambrosianeum, attrattiva per un numero crescente di studenti, chiamata a «sviluppare opportunità di lavoro e di valorizzazione dei loro talenti, così che da utilizzatori di Milano si trasformino pienamente in cittadini». Perché «l’università è il luogo dove fare esperienza di scambio e di condivisione, dove crescere in consapevolezza, capacità di giudizio, impegno in prima persona», e quindi «largo ai giovani non per delegare, né per un semplice passaggio di consegne; largo ai giovani, cioè fare loro spazio per lavorare insieme».

Conclusioni

In conclusione, siano pochi o tanti i contributi presenti, si tratta di «trenta voci in ogni caso significative per i contenuti approfonditi e le questioni sollevate – commenta Lodigiani – che compiono il primo simbolico passo di un cammino che sollecita a “prendere parola”».

E se è ancora presto per tracciare un bilancio, due aspetti meritano di essere fin d’ora sottolineati: il primo è che «l’invito a contribuire a questo volume – e quindi prima ancora l’invito dell’Arcivescovo – è stato raccolto con grande sollecitudine e interesse», afferma la curatrice del Rapporto. La complessità va letta, compresa, governata. L’apertura va vissuta, praticata, coltivata, perché non resti astratta»; il secondo è un concetto da incarnare con coraggio: «L’etica concorre a plasmare la progettazione della città, come afferma Sennet – conclude Lodigiani -. È un ulteriore segno dei tempi. In questa tensione etica rivive e si rinnova l’anima di Milano».

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