Così la Conferenza Episcopale Italiana titola i suoi orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020. Sono pagine pensate, dedicate all'arte delicata e sublime dell'educare, che non ha avuto grande risonanza sui giornali nazionali, ma che deve averla nella nostra Chiesa, per continuare e ravvivare una tradizione che l'ha resa nel tempo, "madre e maestra" d'innumerevoli generazioni di giovani

Testimoni dell’educare sono stati sacerdoti e laici, vescovi e papi, famiglie che hanno attinto dal Vangelo e dall’esperienza tra i giovani, la via per rispondere alle fatiche e alle gioie del loro crescere. I testimoni vanno conosciuti e, oggi,abbiamo a disposizione un’eredità carismatica in campo educativo, che non ci lascia soli nell’educare. Hanno speso la loro vita tra i giovani, ritrovano nel Vangelo e nella Chiesa, l’antidoto ad ogni forma di pessimismo.

Dio educa il suo popolo, aveva scritto il cardinal Martini. Per don Bosco l’educazione era cosa divina, «anzi questa, tra le cose divine, è la divinissima». Don Milani diceva che uno ritrovava Dio, solo dopo aver perso la testa dietro a poche decine di ragazzi nella sua scuola di Barbiana. Don Giussani è sempre stato con i giovani nella scuola, nella vita di gruppo, nella cultura radicata in Cristo, Don Gnocchi sosteneva con i suoi allievi al Gonzaga, prima ancora in oratorio, poi con i sofferenti nel corpo e nello spirito, che «la vita si costruisce come una casa, pietra su pietra, atto per atto, giorno per giorno. Niente s’improvvisa nella natura. L’educazione cristiana è diventata un’impresa dura, rischiosa, ma bellissima… perché la vittoria è certa e comandata».
Il cardinal Tettamanzi ricorda che non è educativo l’atteggiamento di chi rifiuta di ascoltare i giovani o li considera in modo pregiudiziale: «È compito degli adulti educare i giovani, correggere i loro errori, ma ciò è possibile solo dopo l’ascolto, agendo nella verità e nella carità, con amore sincero». «Educare un ragazzo, scrive don Luigi Melesi, vuol dire portare il ragazzo a sentirsi utile nella comunità, metterlo nella posizione di dare e di non chiedere e pretendere. Educare uomini cristiani significa interessarli agli altri. Non è possibile amare Dio che non vedi, se non ami i fratelli».
Concludo queste brevi testimonianze ancora con Don Bosco che insisteva nel dire che «i giovani hanno veramente bisogno di una mano benefica che si prenda cura di loro… I giovani hanno sotto la scorza e scorie dell’ineducazione e della dissipazione, il cuore buono e l’animo riducibile se presi dal verso loro e guidati dal sistema cristiano della bontà. In ogni giovane, anche nel più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene. Dovere primo dell’educatore è cercare questo punto, questa corda sensibile e trarre profitto».

Sono nomi questi che raramente si trovano nei manuali di pedagogia, che non tengono conto più di tanto della religione, del Vangelo. Anzi i Santi vengono guardati quasi con sospetto, ma il loro modo di stare con i giovani, non da maestri ma da gente credibile, coerente nella vita con quello che dice, sempre disposti a dare il proprio tempo per loro, è davvero un “educare alla vita buona del Vangelo”, dove l’Educatore è Gesù Cristo.
Nell’introduzione agli Orientamenti, viene chiesto di raccogliere la sfida dell’educare: «Ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione agli adulti». Siamo forse noi adulti, in famiglia, nella comunità cristiana, i primi a dover cambiare e a ritornare tra i giovani, che spesso abbiamo abbandonato fin dai primi anni, delegando il compito educativo ad altri.
Le difficoltà non mancano: i giovani sono cambiati, il mondo attorno a loro è mutato con una rapidità tale da spiazzare le nostre esperienze di bimbi, di adolescenti, di giovani. Sono aumentati anche coloro che hanno spiazzato la famiglia con le seduzioni del mondo consumista, dello scetticismo e del nichilismo nei confronti dei valori classici del passato, della religione, ma i giovani non sono così sciocchi da non rendersi conto di chi li seduce, li corrompe, li illude da chi, gratuitamente, per amore, addita loro orizzonti nuovi, impegnativi ma rispondenti ai loro bisogno di felicità, di amore, di senso alla vita. Questo avviene proprio nell’incontro con adulti contenti di esserlo, capaci di unire terra e cielo, con lo sguardo rivolto in alto, a Dio che educa il popolo, lo ama, non lo lascia nel disordine delle leggi e degli affetti, ma indica strade sicure. Testimoni dell’educare sono stati sacerdoti e laici, vescovi e papi, famiglie che hanno attinto dal Vangelo e dall’esperienza tra i giovani, la via per rispondere alle fatiche e alle gioie del loro crescere. I testimoni vanno conosciuti e, oggi,abbiamo a disposizione un’eredità carismatica in campo educativo, che non ci lascia soli nell’educare. Hanno speso la loro vita tra i giovani, ritrovano nel Vangelo e nella Chiesa, l’antidoto ad ogni forma di pessimismo.Dio educa il suo popolo, aveva scritto il cardinal Martini. Per don Bosco l’educazione era cosa divina, «anzi questa, tra le cose divine, è la divinissima». Don Milani diceva che uno ritrovava Dio, solo dopo aver perso la testa dietro a poche decine di ragazzi nella sua scuola di Barbiana. Don Giussani è sempre stato con i giovani nella scuola, nella vita di gruppo, nella cultura radicata in Cristo, Don Gnocchi sosteneva con i suoi allievi al Gonzaga, prima ancora in oratorio, poi con i sofferenti nel corpo e nello spirito, che «la vita si costruisce come una casa, pietra su pietra, atto per atto, giorno per giorno. Niente s’improvvisa nella natura. L’educazione cristiana è diventata un’impresa dura, rischiosa, ma bellissima… perché la vittoria è certa e comandata».Il cardinal Tettamanzi ricorda che non è educativo l’atteggiamento di chi rifiuta di ascoltare i giovani o li considera in modo pregiudiziale: «È compito degli adulti educare i giovani, correggere i loro errori, ma ciò è possibile solo dopo l’ascolto, agendo nella verità e nella carità, con amore sincero». «Educare un ragazzo, scrive don Luigi Melesi, vuol dire portare il ragazzo a sentirsi utile nella comunità, metterlo nella posizione di dare e di non chiedere e pretendere. Educare uomini cristiani significa interessarli agli altri. Non è possibile amare Dio che non vedi, se non ami i fratelli».Concludo queste brevi testimonianze ancora con Don Bosco che insisteva nel dire che «i giovani hanno veramente bisogno di una mano benefica che si prenda cura di loro… I giovani hanno sotto la scorza e scorie dell’ineducazione e della dissipazione, il cuore buono e l’animo riducibile se presi dal verso loro e guidati dal sistema cristiano della bontà. In ogni giovane, anche nel più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene. Dovere primo dell’educatore è cercare questo punto, questa corda sensibile e trarre profitto».Sono nomi questi che raramente si trovano nei manuali di pedagogia, che non tengono conto più di tanto della religione, del Vangelo. Anzi i Santi vengono guardati quasi con sospetto, ma il loro modo di stare con i giovani, non da maestri ma da gente credibile, coerente nella vita con quello che dice, sempre disposti a dare il proprio tempo per loro, è davvero un “educare alla vita buona del Vangelo”, dove l’Educatore è Gesù Cristo.Nell’introduzione agli Orientamenti, viene chiesto di raccogliere la sfida dell’educare: «Ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione agli adulti». Siamo forse noi adulti, in famiglia, nella comunità cristiana, i primi a dover cambiare e a ritornare tra i giovani, che spesso abbiamo abbandonato fin dai primi anni, delegando il compito educativo ad altri.Le difficoltà non mancano: i giovani sono cambiati, il mondo attorno a loro è mutato con una rapidità tale da spiazzare le nostre esperienze di bimbi, di adolescenti, di giovani. Sono aumentati anche coloro che hanno spiazzato la famiglia con le seduzioni del mondo consumista, dello scetticismo e del nichilismo nei confronti dei valori classici del passato, della religione, ma i giovani non sono così sciocchi da non rendersi conto di chi li seduce, li corrompe, li illude da chi, gratuitamente, per amore, addita loro orizzonti nuovi, impegnativi ma rispondenti ai loro bisogno di felicità, di amore, di senso alla vita. Questo avviene proprio nell’incontro con adulti contenti di esserlo, capaci di unire terra e cielo, con lo sguardo rivolto in alto, a Dio che educa il popolo, lo ama, non lo lascia nel disordine delle leggi e degli affetti, ma indica strade sicure.

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