Gli adulti sono responsabili di una società, che accanto alla prosperità materiale ha allargato il deserto spirituale

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Redazione Diocesi

di Vittorio CHIARI

Papa Benedetto, parlando ai giovani in Australia, durante la Messa all’Ippodromo, ha posto loro una domanda: “Che cosa lascerete voi alla prossima generazione? Che eredità lascerete ai giovani che verranno? Quale differenza voi farete?”.
La stessa domanda possiamo rivolgere alla gente di Chiesa, agli adulti che governano il mondo, alle famiglie, agli educatori e agli insegnanti: “Cosa stiamo lasciando ai nostri giovani?”

Il Papa chiede alla nuova generazione «di contribuire all’edificazione di un mondo in cui la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente, non respinta o temuta come una minaccia e perciò distrutta, una nuova era in cui l’amore non sia avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il loro bene e irradi gioia e bellezza. Una nuova era nella quale la speranza ci liberi dalla superficialità, dall’apatia e dall’egoismo che mortificano le nostre anime e avvelenano i rapporti umani».

Allo stesso modo agli adulti chiede conto di quello che hanno testimoniato loro in questi anni passati. Se ai giovani, il Signore chiede di essere profeti di una nuova era, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire un futuro di speranza per tutta l’umanità, agli adulti e agli anziani, cosa sta chiedendo?

Noi adulti siamo responsabili di una società, che «accanto alla prosperità materiale» ha allargato il deserto spirituale: un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione. Noi abbiamo scavato «cisterne screpolate e vuote (cfr Ger 2,13) in una disperata ricerca di significato, di quell’ultimo significato che solo l’amore può dare».

Troppi profeti di sventura hanno rattristato il futuro dei giovani, troppi avventurieri della parola hanno chiuso loro gli orizzonti a Dio, troppe pazzie individuali li hanno ingabbiati su sentieri di morte più che di vita. Senza andare alla ricerca esasperata dei colpevoli, sono convinto che se l’educazione fosse stata in cima alle politiche dei governi e degli adulti, oggi la qualità della vita sarebbe migliore.

Ci siamo persi troppo dietro all’economia o al potere ed abbiamo smarrito le vie dell’educare, per cui si è creato una distanza dai giovani, non facilmente colmabile. Se non vogliamo essere travolti da loro, dobbiamo trovare il coraggio di Benedetto XVI, che ai giovani di Sidney e del mondo intero ha proposto itinerari impegnativi e non scorciatoie verso felicità impossibil, che rispondono a falsi bisogni, che non riempiono il cuore.

Avere trascurato il valore delle relazioni educative; non avere ricercato insieme l’importanza delle norme e i riferimenti della coscienza; avere alimentato l’illusione del consumismo e l’esaltazione dell’immagine; avere provocato la fuga da Dio e la sua eliminazione, sostituendolo con tanti guru e santoni; pensare gli altri come nemici o come inferno, banalizzare la figura della donna e la bellezza dell’amore, rapinare il silenzio e distruggere il senso del tempo, sono alcuni degli errori, che pesano sul nostro stare con i giovani e chiedono un cambio di mentalità e di cuore, che non si può più rimandare. I giovani non ce lo perdonerebbero!

Hanno bisogno di incontrare adulti che sanno vedere quale capacità di rinuncia, di coraggio, di servizio, di eroico amore essi hanno nel cuore, oggi forse più di ieri. Lo diceva già Paolo VI, «un uomo anziano che frère Roger di Taizè diceva avesse «una passione mistica verso il futuro, verso le nuove generazioni». Educare è l’arte di formare uomini veri: trascurarla, sarebbe un vero tradimento dei giovani e della società.

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