Nella Basilica di Sant’Ambrogio la celebrazione di apertura. L'Arcivescovo: «Cerco quello che abbiamo perduto e quello che sta preparando il futuro della città, cerco quelli che si fanno avanti perché la missione continui»

di Annamaria Braccini

La preghiera in Sant’Ambrogio apre la Visita pastorale_2158 (1)

«Così voglio visitare la città: le parrocchie e le istituzioni, le organizzazioni di carità, le iniziative educative, i luoghi di preghiera e della cultura, le attività produttive e gli ambienti della sofferenza. Cerco Dio, cerco i segni del Regno, cerco quello che abbiamo perduto e quello che sta preparando il futuro della città, cerco quelli che si fanno avanti perché la missione continui».

A dirlo è l’Arcivescovo, definendo lo spirito con cui intende vivere la Visita pastorale alla città di Milano che, dopo tanti mesi di rinvio a causa della pandemia, prenderà inizio il 13 gennaio da Affori, il primo dei 12 decanati in cui si svolgerà. Nella basilica di sant’Ambrogio, nel nome del santo Patrono, si celebra, con una liturgia della Parola, tale apertura con i decani, i membri dei Gruppi Barnaba, i rappresentanti delle parrocchie. A spiegare il senso di questo ritrovarsi beneaugurante è monsignor Carlo Azzimonti, vicario Episcopale della Zona pastorale I, appunto, Milano.

Il saluto del Vicario episcopale per la città

«Siamo qui convocati dallo Spirito santo per metterci in ascolto della Parola e per pregare per tutti gli abitanti del nostra Milano, anche per coloro che non vediamo nelle nostre celebrazioni, ma che, come persone pensose, si interrogano sul perché e per chi vivere, sul desiderio di solidarietà e di giustizia. In un tempo ancora così difficile e complicato, siamo certi che la Visita potrà essere un’occasione di grazia che ci sosterrà anche nelle nostre paure, incertezze e individualismi con la gioia del Vangelo e ci aiuterà a sollevare lo sguardo verso l’alto», conclude il Vicario, prima della liturgia della Parola con le letture degli Atti al capitolo 11 – l’invio di Barnaba ad Antiochia – e del Vangelo di Luca 15, 8-9, la parabola della donna che perse e ritrovò la dracma.

L’omelia

«Sono qui a pregare con voi e a chiedere collaborazione, ma come prima parola desidero ringraziare. Passando di parrocchia in parrocchia, di territorio in territorio, interpreto la Visita come un pellegrinaggio, cercando l’incontro con i segni di Dio che sono in mezzo a noi e vorrei essere benedizione», sottolinea subito il vescovo Mario.

«In questo tempo particolarmente complicato per la pandemia, in questa città, in questi territori, il Regno di Dio è vicino. Vengo come un pellegrino – il programma per alcuni decanati e già definito e per altri, magari imparando via via, si preciserà -, e voglio visitare in primo luogo i preti, i confratelli che portano con me la responsabilità del missione e i diaconi, i componenti dei Gruppo Barnaba. Vorrei non soltanto vedere cose o partecipare a riunioni, ma stare con le persone in dialogo e ascolto reciproco. Non ho nuove direttive da indicare, ma sono come un mendicante che chiede aiuto perché la missione che mi è stata affidata possa continuare. Vorrei essere come uno che non disturba troppo: un povero che ha bisogno di sentire il frutto che, nelle comunità, ha portato la parola di Dio. E vengo come la donna della parabola che cerca la moneta perduta», prosegue l’Arcivescovo in riferimento al Vangelo appena proclamato: l’icona biblica scelta per la Visita.

Il tesoro perduto

«Che cosa è che abbiamo perduto? Il Vescovo vuole ascoltare e che ci domandiamo insieme questo. Ci è stato sottratto il consenso della gente, il prestigio sociale, la funzione riconosciuta di offrire luoghi di aggregazione incontro, parole desiderate per illuminare il cammino, soluzioni ai problemi, strutture accoglienti e abitate da una persuasione di appartenenza, non solo dalla pretesa di servizio. Forse nelle nostre comunità si è spenta la gioia, si è esaurita la determinazione a cercare le persone, si sono diradate le occasioni per annunciare il Vangelo e la convinzione che la vita sia una vocazione. Abbiamo perduto l’esperienza della comunione profonda tra noi, nelle comunità, nella Chiesa cattolica».

Insomma, si è, forse, perso un senso festoso di appartenenza alla comunità, suggerisce il Vescovo: «ci sono ambienti e fasce di età che si sono estraniate, i giovani, le famiglie, i genitori, la scuola, lo sport, la cultura».

Per questo la Visita «può essere anche un pellegrinaggio penitenziale, la raccolta delle lamentele per quello che manca, un’occasione per lo sfogo e per riconoscere l’insignificanza del Ministero che io esercito».

Tuttavia, la parabola non propone solo l’esperienza della perdita, ma è anche un pellegrinaggio che cerca la moneta ritrovata e vede la grazia di Dio.

Riconoscere nella città i germogli di vita buona

«La Visita pastorale ritrova la moneta perduta. Invita a riconoscere, dunque, nella città i germogli di una vita spirituale che è come un roveto ardente. Cerco e trovo i segni del Regno negli ospedali da campo che sono le parrocchie: un ospedale sempre aperto, accogliente. Li trovo nelle storie di santità raccontate, nelle vite dedicate alla preghiera nei monasteri e nelle comunità di vita consacrata, nei carismi sbocciati in terre lontane e che hanno trovato qui a Milano il terreno adatto per produrre molti frutti. Cerco la presenza di Dio e l’inquietudine di coloro che non l’hanno trovato, in tanti fratelli uomini e donne pensosi. Anche questi sono segni del Regno. Cerco e riconosco la presenza di Dio nella passione educativa – così caratteristica della nostra Diocesi, che anima oratori, scuole, movimenti, associazioni – e nel recupero di persone che la vita ha messo a dura prova. Ecco i segni del Regno in questa immensa dedizione per cui la città ringrazia, anche se un po’ di nascosto, perché a volte il mondo laico imbarazzato nel dover riconoscere quanto bene si fa nelle comunità cristiane. Voglio condividere la gioia di queste scoperte».

E, poi, il desiderio di essere come Barnaba che va ad Antiochia e si accorge che manca Saulo, ma ha comunque fiducia nel cercare collaboratori.

La figura di Barnaba

«Anche io, vorrei visitare la città e cercare collaboratori per la missione: vorrei che la Visita pastorale fosse anche un’occasione per una domanda sulla vocazione da porre a tutti i ragazzi e giovani che riusciamo a raggiungere negli oratori, nelle Università, nelle iniziative dei movimenti. Una ricerca vocazionale perché la missione della Chiesa continua con persone che si fanno avanti per dire “Eccomi”».

Il pensiero va alla metropoli e ai pochi presbiteri che esprime.

«Milano chiede molti preti, ma ne dà pochi, si dice. Tuttavia, in alcune classi di preti recentemente ordinati, i provenienti da Milano sono stati in numero significativo e, forse, non è vero che la città non sia è un terreno propizio per le scelte del Ministero ordinato: perciò, come Barnaba, sono fiducioso di trovare collaboratori nella missione».

Arriva, dall’Arcivescovo, anche una confidenza. «Il tema per le vocazioni al Ministero ordinato è un’intenzione di preghiera che mi accompagna tutti i giorni. Ho preso l’abitudine di pregare la seconda decina del Rosario perché Maria aiuti i ragazzi, gli adolescenti e i giovani a rispondere all’annuncio che li chiama. Mi piacerebbe lanciare questo come in invito generale».

Ad Affori la prima tappa

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