Mercoledì 29 aprile, alle 20.45, al TeatrOreno di Oreno di Vimercate (MB) è in programma la Veglia diocesana del lavoro in vista della festa del 1° maggio. A presiederla sarà l’Arcivescovo, che in queste settimane sta compiendo la Visita pastorale proprio nel Decanato di Vimercate.
Il tema – «Il lavoro dignitoso come via della pace. Dialogo e fraternità nei luoghi di lavoro» – non è soltanto uno slogan, ma una prospettiva decisiva per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Il lavoro umano, infatti, è per sua natura un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano, contribuendo non solo alla produzione di beni e servizi, ma alla costruzione stessa della società. Attraverso il lavoro si creano legami, si condividono saperi, si costruisce fiducia: è una vera e propria “grammatica della società”, un linguaggio che permette di collaborare anche senza conoscersi. In questo senso, il lavoro è una forma concreta di amore civile.
Fragilità e responsabilità del lavoro
Proprio per questo oggi appare con maggiore evidenza la sua fragilità e, insieme, la sua responsabilità. Il lavoro si trova sempre più intrecciato con le dinamiche della guerra: le tensioni internazionali, l’aumento dei costi dell’energia, le scelte economiche e industriali incidono profondamente sulla vita delle famiglie e delle imprese. Ma c’è di più: l’intelligenza e la creatività del lavoro umano possono essere orientate tanto alla costruzione della pace, quanto alla produzione di strumenti di distruzione.
Qui si apre una questione decisiva, anche sul piano etico: costruire e ricostruire non sono la stessa cosa. Le civiltà si smarriscono quando finiscono per confondere il lavoro che edifica con quello che ripara i danni della guerra, senza interrogarsi fino in fondo sulle cause che li hanno resi necessari. La guerra distrugge ciò che il lavoro costruisce – vite, relazioni, ambiente -, mentre la pace richiede uno sforzo continuo, paziente e condiviso, fatto anche attraverso il lavoro quotidiano.
Vocazione a costruire un mondo più giusto
Il lavoro, dunque, non è solo fatica, ma anche promessa: è partecipazione alla costruzione di un mondo più giusto, anticipo di un bene più grande. Oggi questa vocazione del lavoro appare messa alla prova, ma proprio per questo emerge con maggiore forza la sua verità più profonda.
Il lavoro è chiamato a essere ciò che costruisce e non ciò che distrugge, ciò che unisce e non ciò che divide. È luogo in cui le persone si incontrano, collaborano, si riconoscono reciprocamente, contribuendo insieme a edificare la società. Il lavoro autentico genera comunità: non isola, ma connette; non oppone, ma crea legami. È spazio in cui si impara la responsabilità reciproca, si condividono competenze, si costruisce fiducia. Per questo il lavoro è una delle forme più concrete attraverso cui può crescere la pace.
Dignità, terra e futuro
Allo stesso tempo, il lavoro è chiamato a custodire: custodire la dignità di ogni persona, senza escludere o sfruttare; custodire la terra, evitando che venga piegata a logiche che la impoveriscono o la feriscono; custodire il futuro, orientando le scelte verso ciò che promuove la vita.
In questo senso, il lavoro non è mai neutrale. Può contribuire a costruire relazioni giuste e una società più umana, oppure rischia di alimentare dinamiche che dividono e disgregano. Per questo è fondamentale riscoprirne il valore etico e sociale, riconoscendolo come luogo decisivo in cui si gioca la qualità della convivenza umana. Ritrovare il significato del lavoro come spazio di relazione, di cura e di costruzione del bene comune significa allora scegliere, ogni giorno, di stare dalla parte di ciò che genera vita. È questa la via attraverso cui il lavoro può diventare davvero cammino di pace.
Gli interventi alla Veglia
In questo contesto si inserisce la Veglia, a cui interverranno don Walter Magnoni, docente di etica sociale, Francesco Riccardi, giornalista di Avvenire, e Laura Zanfrini, sociologa. Saranno inoltre proposte alcune testimonianze dal mondo del lavoro, segni concreti di impegno e speranza. A concludere la serata sarà la meditazione dell’Arcivescovo.
L’invito a partecipare è rivolto a tutte le comunità cristiane e alle diverse realtà associative del territorio, perché possano vivere questa occasione non solo come momento di partecipazione, ma anche come opportunità per sensibilizzare i propri contesti e accompagnare con la preghiera il mondo del lavoro nelle sue fatiche e nelle sue speranze. Il lavoro non può perdere la sua vocazione alla pace, continua a chiamarci alla fraternità e a ricordarci che la guerra è un inganno, mentre solo la pace costruisce davvero il futuro.



