Alla Fondazione Cariplo dibattito con l'Arcivescovo, Giuseppe Guzzetti ed Ernesto Olivero nell’ambito del progetto «Una nuova primavera europea», promosso da Ceep e Acli Lombardia

di Annamaria Braccini

Ceep

Nel giorno in cui si festeggia San Benedetto patrono d’Europa, e a tante finestre e davanzali si espone la bandiera europea, al Centro Congressi Cariplo il Centro ecumenico europeo per la pace e le Acli Lombardia mettono attorno a un tavolo autorevoli voci di testimoni per parlare di “Una nuova primavera europea”. Nel primo giorno di primavera, l’occasione è il ricordo del grande convegno “Quadrare il cerchio” (1997) – cui presero parte, tra gli altri, il cardinale Martini, Ralph Dahrendorf e Jacques Delors -, e ciò che, da allora, ne nacque. «Una partecipazione corale, la diplomazia popolare, la riflessione condivisa sui temi dell’Europa unita, il Ceep», come dice il presidente del Centro Giambattista Armelloni.

Giovani, segno di speranza

«Forse stiamo uscendo dall’inverno, ma la prima riflessione deve essere relativa al perché siamo in inverno», scandisce Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo. Chiara la risposta: «Perché è stata dimenticata e distrutta l’idea dei Padri fondatori, che avevano capito l’importanza dell’Europa, culla della democrazia e dell’attenzione alla persona». Il pensiero va al profetico Manifesto di Ventotene del 1944: «Andando avanti con programmi di politici e capi dei governi che vogliono distruggere l’Europa non ci sarà nessuna primavera. Dobbiamo avere ben chiaro che non ci può essere Europa senza solidarietà. Il segno di speranza sono i giovani che interpellano noi adulti sui valori originari e ai quali dobbiamo dare risposte».

Dopo la proiezione di un bel video sull’Arsenale della Pace, il fondatore del Sermig Ernesto Olivero racconta la sua esperienza di sostegno ai più poveri e fragili, anche a livello internazionale, basata solo sul volontariato e sulla generosità della gente: «Dobbiamo fare diventare l’Europa più buona, perché veramente può essere la chiave per la pace, ma deve entrare in una moralità diversa. Oggi occorre mettere al cuore i giovani e farli camminare».

L’intervento dell’Arcivescovo  

«Da dove partire in questo inverno?», si chiede da parte sua l’Arcivescovo che, sperando che nelle settimane a venire maturino intuizioni e iniziative proprio sul tema europeo, rileva: «L’Europa, ad alcuni, sembra una nonna anziana di buoni sentimenti, ma incapace di generare e un poco patetica nel ricordare gli ideali della giovinezza». Fa riferimento all’esempio del pollaio, «dove ci si becca con litigiosità quotidiana e convivenza forzata… E poi mi sono fatto l’idea che l’Europa sia una banca, dove si pretende di mettere meno soldi e ritirarne di più. Questo crea un clima un poco invernale. E c’è anche un’immagine dell’Europa come un’adolescente, generata da genitori imperfetti. Eppure, l’Europa è uno dei posti migliori in cui vivere: dirne male è troppo severo, magari è ovvio da parte di un’adolescente, ma non molto saggio per gli adulti».

La sfida è appassionare i ragazzi all’Europa dei popoli: «Più che accontentare i loro capricci, occorre mettere mano all’impresa e prendersi della responsabilità. Chi appassionerà questi giovani? Non certo le debolezze della politica che guarda al presente come luogo di contenzioso e di polemica, attenta più al consenso che al bene comune». E c’è anche la debolezza delle Chiese, oggi meno capaci di incidere nella vita delle persone, meno significative nei loro discorsi e nella possibilità di indicare una meta. Chiese invecchiate e stanche. Insomma, solo una forza spirituale può unire un continente, basti pensare proprio al modello benedettino.

Un terzo elemento, indicato dall’Arcivescovo, è «la malattia delle parole logore anche nel richiamo ai valori. Cosa vuole dire la centralità dell’uomo, per esempio? È diventata l’insindacabilità dell’individuo. E così anche il futuro che deve essere promettente è diventato minaccioso».

Come elaborare, allora, un linguaggio e una possibilità di alimentare il sogno perché non sia solo un appello retorico? «Bisogna dire che l’Europa è una condizione necessaria, non solo dal punto di vista economico – di fronte ai giganti del mondo -, ma a livello di operazione culturale e spirituale, perché vi è una dignità che viene dall’essere figli di Dio. Se siamo figli Dio abbiamo una intrinseca vocazione alla fraternità, che non è buonismo, ma radice di quella comunità che i Padri fondatori hanno posto alle basi dell’Europa. Questo è il compito che dobbiamo assumerci, promuovendo incontri tra popoli e Chiese».

La tavola rotonda

Con il titolo «Un destino comune fondato sull’idea di giustizia» si articola poi la tavola rotonda. Alberto Quadrio Curzio, economista e presidente Emerito dell’Accademia dei Lincei, parla della «smemoratezza rispetto alla Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000 e alla Commissione sulla dimensione spirituale e culturale dell’Europa, voluta da Romano Prodi. Ciascuno di noi deve fare la sua parte secondo ciò che sa fare, con la consapevolezza della complementarietà degli uomini».

Silvano Petrosino, docente di Filosofia in Cattolica, aggiunge: «Se eliminiamo la parola perdono, eliminiamo anche la giustizia. Certamente non si può vivere senza sicurezza, ma c’è una sicurezza che impedisce di vivere da uomini e, all’umano, di esprimersi. Nel momento in cui si trasforma la sicurezza in idolo, intorno si raccoglie sempre una scena di distruzione. Se si inizia a parlare tropo di sicurezza, il corpo sociale è malato e questo vale anche per l’irrigidimento del concetto dell’identità. Tutti hanno pareri sulla questione imperante della sicurezza, ma il parere non è il pensiero».

«Il sogno va strutturato a livello politico e si tratta di trovare i compromessi giusti per realizzare la promessa, sennò si rischia che gli ideali rimangano lontani dalla vita delle persone. La sfida dei nostri tempi è gestire la crisi della globalizzazione. Per questo sono tornate violentemente le statualità – sottolinea Guido Formigoni, docente di Storia contemporanea alo Iulm -. C’è un bisogno di più Europa, ma questo bisogno può essere soddisfatto solo da un’Unione che cambi passo, capace di divenire potenza civile».

Le conclusioni

Le conclusioni sono affidate al presidente del Ceep Armelloni, che si augura che l’incontro sia riuscito a ben rappresentare che cosa il Centro è e vuole essere: uno spazio di pensiero, ricerca e confronto, anche sui fini, che non sono scritti una volta per tutti, ma devono trovare nuova declinazione, se vogliono continuare a essere validi per le giovani generazioni. Per significare l’impegno del Centro nel presente e nel prossimo futuro, difficile trovare parole migliori di quelle presenti nella Preghiera per l’Europa di Carlo Maria Martini, con cui si concludono i lavori.

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