Un prete dell’oratorio e due giovani rileggono e commentano la lettera dell’Arcivescovo ai 18enni

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«Ci sono cose che fanno tanto bene, ci sono parole che aiutano a sottrarci dalla corsa di tutti i giorni, dalle teorie confezionate e impraticabili dei nostri progetti», è questo il commento a caldo di don Nicola Petrone, prete dell’oratorio della parrocchia Santi Quirico e Giuditta di Solaro, sulla lettera che l’arcivescovo Delpini ha indirizzato ai diciottenni. In realtà, dice, «offre un aiuto anche a noi educatori». E aggiunge: «Le parole di questa lettera fanno bene».

«La responsabilità, la nostra destinazione comune, l’appello al cambiamento non devono spegnersi neanche nei nostri cuori per non smettere di contemplare la scintilla di vita che si accende negli occhi dei ragazzi». Nessuno può negare che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere o che il primo male che lasciamo entrare nel mondo è quando ci sottraiamo dal confronto o dal proporre sentieri di giustizia – assicura don Nicola -. Oggi, per noi, questo è il tempo di incoraggiare e accogliere il desiderio di vita, l’opinione e l’impegno dei nostri diciottenni».

La lettera ha colpito favorevolmente gli stessi diciottenni. «Diventare adulti» dice Letizia Villa, può spaventare perché «ha un peso molto importante». E spiega: «Il diritto al voto suggerisce già la grande possibilità che ci viene offerta in quanto nuovi membri della società adulta; ciò nonostante, credo che ci sia anche una sorta di dovere tra noi coetanei e verso gli adulti, di comprendere che abbiamo la capacità di decidere responsabilmente cosa vogliamo». Rispetto alla politica però «i commenti sono completamente sbilanciati verso la negatività oppure non si prova nemmeno a informarsi». Eppure a Letizia piacerebbe «discutere di questi argomenti in oratorio», perché lì «posso dire la mia, con i miei amici».

Matteo Basilico dice grazie «per questo augurio che accogliamo con gioia. Io sono tra quelli che hanno appena finito di festeggiare». Come ha scritto l’Arcivescovo «raggiungere questa età non significa solo festeggiare e diventare autonomi, ma anche assumersi le responsabilità che questa autonomia comporta. Lo Stato a 18 anni ci ritiene pronti per prendere la patente, per essere penalmente e civilmente perseguibili e per andare alle urne ed esprimere il nostro parere». E se «fino ad ora non siamo stati noi a prendere queste decisioni», continua Matteo, «adesso tocca anche a noi, e la responsabilità di come un giorno sarà il nostro Paese ora è anche nostra. Penso che parte dello stile di vita cristiano sia la partecipazione attiva alla vita cittadina e politica, soprattutto da parte dei giovani, che possono portare un cambiamento». Per questo Matteo spera «che ognuno di noi possa iniziare a dire: “io la penso così”».

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