L’Arcivescovo ha presieduto in Duomo la “Traditio Symboli” nella quale ha consegnato il simbolo della fede, il Credo, a 38 degli 84 Catecumeni che riceveranno, quest’anno in Diocesi, i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana

di Annamaria BRACCINI

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«Siete una promessa, siete la giovinezza della Chiesa, il segno che la Chiesa è viva e genera figli. Siete voi giovani che, con la vostra partecipazione in questi momenti tribolati, date testimonianza di un tempo di comunione, di un desiderio di servizio e di futuro».
L’Arcivescovo li accoglie così, in Duomo, dove presiede, in presenza, la Veglia in “Traditione Symboli”, incontrando i giovani e i Catecumeni della città di Milano a cui consegna – durante il momento di preghiera – il simbolo della fede, il Credo. Con ogni doverosa cautela, tra le navate, insieme ai ragazzi 18-30enni ci sono gli educatori mentre coloro che riceveranno i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana nella notte o nel periodo pasquale – 38 per Milano, in totale 84 in Diocesi -, arrivano in Cattedrale con chi ha sostenuto il loro cammino di formazione. A loro, “nuovi germogli della Chiesa ambrosiana”, non potendo realizzarsi il tradizionale confronto che precede la Veglia, l’Arcivescovo aveva inviato nei giorni scorsi un significativo messaggio video dal millenario Battistero di San Giovanni alle Fonti, sottostante al Duomo.
Alla Veglia che viene anche trasmessa in Tv e streaming – in contemporanea se ne svolgono in presenza nelle Zone Pastorali II-Varese, IV-Rho, VI-Melegnano e VII- Sesto San Giovanni -, prendono parte il vicario generale, monsignor Franco Agnesi, i vicari episcopali delle Zone I-Milano, monsignor Carlo Azzimonti, III-Lecco, monsignor Maurizio Rolla, V-Monza, monsignor Luciano Angaroni. Accanto all’Arcivescovo siedono don Mario Antonelli, vicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della Fede e il responsabile del Servizio per la Catechesi, don Antonio Costabile. Naturalmente ci sono anche il responsabile del Servizio per i Giovani e l’Università, don Marco Fusi e il direttore della Fom, don Stefano Guidi. Tra i canti, eseguiti come sempre al meglio dal Coro Shekinah, l’animazione (affidata anche ai Gruppi Scout) la preghiera, le riflessioni e l’adorazione della Croce, si articola il Rito che, sul tema conduttore del Vangelo di Luca al capitolo 7, nella narrazione della peccatrice perdonata – si intitola “Ho qualcosa da dirti. La sapienza dell’amore”.
Endry Tarellari, all’ultimo anno di Studi presso l’Università Statale, che riceverà i Sacramenti il 25 aprile proprio nella cappella dell’Ateneo dal responsabile della Sezione Università della Pastorale giovanile, don Marco Cianci (anch’egli in Duomo), racconta la sua esperienza. «Sono in Italia da quando avevo 7 anni e provengo da una famiglia albanese di tradizione musulmana non praticante. Quando mi sono iscritto alla Statale nel 2016 ho conosciuto persone che mi hanno affascinato alla Chiesa e, con il tempo, è maturato in me il desiderio di riceve il battesimo. Il Signore, gli amici, la Chiesa sono il mio più grande sostegno e la mia più grande soddisfazione. Sono felice di poter affermare la mia fede».

L’omelia dell’Arcivescovo
Accompagnati dallo sguardo di Gesù e invitati a riflettere su quello sguardo «che può dire molto di ciò che è nell’animo», si avvia l’omelia dell’Arcivescovo. Il primo riferimento è al fariseo, nella cui casa avviene il dialogo tra il Signore e la peccatrice. «Perché guardi così, fariseo? Il pregiudizio guarda senza vedere, legge senza imparare, sente senza ascoltare. Presume di aver già capito, di sapere già e perciò ha già giudicato. Anche noi siamo malati di questo sguardo del fariseo».
Nasce da qui la domanda che il vescovo Mario pare rivolgere direttamente a ciascun giovane. «Che cosa hai nel cuore, che ti impedisce di vedere? E tu chi guardi con disprezzo? Forse, hai dentro un disagio, forse anche una specie di paura. Con chi ti senti a disagio? Forse hai dentro un risentimento». Eppure Gesù guarda e sa leggere nei cuori, scrivendo «una storia nuova».
«Gesù sa del desiderio profondo: legge nel cuore di questa donna una parola che sia come una liberazione, come una medicina sulle ferite, come una voce amica che vinca l’isolamento. Vede una persona che non può più sopportare la sua vita, la sua città, i suoi sensi di colpa e l’etichetta con cui è classificata. I suoi gesti sono insieme disperati e appassionati. Gesù vede e capisce, come vede Zaccheo sul sicomoro, come vede la folla dispersa come pecore senza pastore. Benedetto ciascuno di noi se incrocia lo sguardo di Gesù».
Ma vi è anche molto da imparare dallo sguardo della donna, suggerisce l’Arcivescovo. Sguardo di chi ama molto, di chi crede, che riconosce colui che salva.
​«Lo sguardo della fede è quello di chi ama e ricambia l’amore del Signore, imparando che l’amore non è una specie di tempesta emotiva che come improvvisamente nasce improvvisamente muore; non è la pretesa di possedere, ma la decisione di servire, di prendersi cura, di essere fedeli alla promessa».
Insomma, una “Traditio Symboli et Fidei” che si fa anche, come dice espressamente il Vescovo, “Traditio amoris”, nel silenzio dell’adorazione della Croce, appunto, nella consegna del Credo da parte di monsignor Delpini ai Catecumeni – altri presbiteri lo donano a tutti i giovani – e con la corale professione di fede.
Infine, dopo il ringraziamento di don Costabile – «Davvero nel cammino percorso in questi 2 anni, nello sguardo e nel cuore di questi Catecumeni, nelle comunità che li hanno accolti, c’è l’amore per Gesù. Buona Pasqua a voi Catecumeni: è la vostra prima Pasqua: sarete gioiosi testimoni del Vangelo innanzitutto per noi credenti di antica data che, forse, abbiamo perso il gusto di credere al Signore e di testimoniarlo nella nostra vita» -, ancora un pensiero dell’Arcivescovo. «Io vi benedico e, dunque, voi siate benedizione, sappiate avere stima di voi stessi. Vi auguro un cammino insieme a Gesù e che, qualunque sia la vostra vocazione, possa realizzarsi. Vi benedico e dunque sentiate, entrando nel mistero della Pasqua attraverso il soffrire di Gesù, la rivelazione dell’amore che giunge al compimento e vince la morte».

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