Il Cardinale ha compiuto la Via Crucis con la Croce di San Carlo, seguita da oltre 3000 fedeli, per la III Zona pastorale: «Questo Santo chiodo attraversi il nostro cuore indurito, freddo ed estraneo»

di Annamaria BRACCINI

La Croce che sconfigge per sempre la morte, la rassegnazione e una sopravvivenza passiva di cuori che battono male. 
Quando sono oltre 3000 i fedeli a seguire, con il cardinale Scola, il simbolo tutto ambrosiano di quel legno di ignominia e gloria piantato sul Golgota – la Croce di San Carlo – con la reliquia forse più venerata dell’intera nostra Chiesa, il Santo chiodo, l’immagine è davvero quella della folla che era con Gesù fino al Calvario. È la Via Crucis per la Zona pastorale III, che si svolge a Lecco tra le belle strade del centro cittadino, antichi palazzi restaurati e il suggestivo lungo lago. 
Si parte dal Santuario della Beata Vergine della Vittoria e si sosta davanti ai “quadri” emblematici delle 4 Stazioni (la II, la V, la XI e la XII) scandite per ciascuna delle Viae Crucis zonali che portano complessivamente l’unico titolo, “Si è addossato i nostri dolori”. 
Per una scelta precisa, tra una Stazione e l’altra, allestite rispettivamente dagli Scouts, dai Vigili del Fuoco, dalla Protezione Civile e dagli Alpini (l’animazione liturgica è affidata alla Comunità Pastorale “Madonna del Rosario”), si mantiene il silenzio, mentre i sacerdoti, tra cui il vicario episcopale di Zona, monsignor Maurizio Rolla e il prevosto di Lecco, monsignor Franco Cecchin, portano la Croce. Per l’ultima Stazione è il cardinale stesso a prenderla tra le sue mani. 
La lunga processione con tanti chierichetti, decine di Presbiteri, le autorità militari e civili con il sindaco Brivio e il Gonfalone, si snoda attraverso piazza Garibaldi, piazza XX Settembre, sotto il famoso Palazzo delle Paure (l’antico edificio della Dogana e Imposte, ora Museo), poi, a fronte lago, in piazza Cermenati e, infine, sul sagrato di San Nicolò, dove la Croce carolina è posta, come un doloroso memento, davanti a una grande immagine di Amatrice distrutta dal terremoto in cui solo il campanile è rimasto in piedi. 
All’interno della basilica, che non riesce a contenere tutti il Cardinale si rivolge ai fedeli 

«Vivere e non sopravvivere» 

«Che cosa ci è stato chiesto con questo cammino e nei giorni a venire?», chiede subito l’Arcivescovo. «Ci è chiesto di immedesimarci con le sofferenze gloriose di Gesù nostro Signore, diventando un medesimo essere con Lui. Quanto siamo riusciti a vivere tale immedesimazione? Quanto Gesù, morto in croce, è stato il cuore, la mentalità del camminare dietro a Lui?. Non dobbiamo scandalizzarci della nostra distrazione, ma vincere la rassegnazione dell’oblio di Dio, quella dimenticanza del Signore che produce una noia sottile che il Santo Padre ha chiamato accidia, quel velo ultimo di passività e di tristezza che spesso ci accompagna quando ci smarriamo nei peccati e voltiamo le spalle ai fratelli». 
Il richiamo è ancora alle parole del Papa in Duomo, rivolte alla Diocesi appena una settimana fa, nell’invito a vivere e non a sopravvivere. «Rassegnazione e accidia sono forme di sopravvivenza passiva, di vita stentata e sincopata, di un cuore che batte male, in fondo, di un’esistenza perduta». 
Da qui la necessità di essere «rialzati», ogni volta, da Cristo: «che, tendenzialmente in ogni istante, rigenera così il cuore e la mente, permettendoci di andare in profondità. Questo è il senso della penitenza quaresimale, sostenuta da gesti come il digiuno, l’astinenza, l’elemosina, la carità»
Perciò la Via Crucis «è un invito personale, per ciascuno di noi, per tutti i nostri cari, per ogni battezzato, per i concittadini». Invito, appunto, anche civico, magari di fronte a quei – a dire il vero – pochissimi giovani che, ai bordi della strada durante la processione, avevano schiamazzato. «Non dobbiamo turbarci se, al nostro passare silenzioso, qualche ragazzo ha dato in escandescenze: pensiamo a cosa sarà successo quando il Signore saliva il Calvario». 
Insomma, dobbiamo abbracciare tutti, come «Gesù abbracciò i potenti pieni di “non fede”, empi. Per questo bisogna che ci lasciamo rialzare perché non siamo definiti dal limite e dal peccato: Lui apre lo spiraglio affinché la nostra libertà dica di sì»
Poi, quello che Scola chiama un secondo passo. Se il «venerdì Santo dura tutto il tempo. della storia, questo Crocifisso ha voluto assumere su di sé ogni malato, chi sta sotto l’ombra della morte, ogni dolore, ogni uomo perduto e che si sente sconfitto. Comunque si possa essere precipitati nell’abisso più profondo, per quanto in basso si sia caduti, l’uomo troverà sempre l’abbraccio del Crocifisso». 
Come ancora ha detto il Papa, rivolgendosi ai carcerati – «Voi, per me, siete il cuore di Gesù ferito» –, occorre, allora, fare nostre queste parole fondamentali, che seppure ripetiamo spesso, non convincono nemmeno noi stessi «perché non nascono dalla testimonianza e dall’esperienza». 
«Il venerdì Santo è nel cuore di ogni peccatore, di ogni uomo che soffre: pensiamo a quante volte, per stupidaggine rompiamo la comunione e ci sottraiamo alla responsabilità di costruire vita buona». Quella amicizia civica su cui torna il pensiero dell’Arcivescovo, colpito dai mutamenti in meglio, dai restauri, dalla bellezza di Lecco.  
«Il cristiano autentico è solidale con tutti anche coloro che hanno posizioni diverse perché la sua proposta non è per un potere o egemonia, ma intende essere un abbraccio di amore che convince della verità che è via e vita, che è Gesù stesso. Quello che abbiamo compiuto è un gesto solidale in questa bella zona, nella sua storia e tradizione, nella sua capacità di costruire famiglie solide e sane, nella sua energia educativa, nella forza di condivisione del bisogno».
«Il gesto è diventato allora un segno che prolunga la Croce. Questo dobbiamo portare con noi nella fase finale della Visita pastorale, nella preparazione veramente penitenziale della Santa Pasqua», immedesimandoci con un Chiodo «che deve attraversare il nostro cuore indurito, freddo ed estraneo».

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