«Essere oggi la Chiesa di sant’Ambrogio, essere ambrosiani in questo terzo millennio, significa proprio vivere la profezia sociale, perché molto cristiana e teologale, di essere un popolo che costruisce la propria identità non tanto tracciando confini, non creando isole artificiali di normalità, utili per etichettare in modo difensivo e offensivo tutto ciò che è diverso come patologico, quanto piuttosto costruendo piazze, luoghi di incontro, di confronto e di dialogo, dove crescere insieme, spazi che trasformano i tanti individui, singoli e soli, in una comunità guidata dallo Spirito nel nome di Gesù Cristo». Lo sostiene l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, nella Proposta pastorale per il 2026-2027 dal titolo «Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?». Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana.
Una riflessione che pone all’attenzione delle comunità cristiane il tema della sinodalità, decisivo per una Chiesa aperta, coraggiosa, consapevole, che sappia osare per essere missionaria sulle strade del mondo.
Un invito alla gioia di Dio
Il titolo scelto dall’Arcivescovo fa riferimento alla vicenda dell’Innominato nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni.
«Il festoso suono delle campane di Chiuso che si diffonde fino al tetro castello dell’Innominato potrebbe essere un’immagine suggestiva per parlare della missione della Chiesa nel nostro tempo e nel nostro territorio. La Chiesa è un popolo che si raduna, è convocato da una promessa di gioia, di benedizione, di sapienza. La gioia, la festa del popolo diventa suono festoso che raggiunge tutte le case, tutte le storie e tutte le inquietudini e le angosce. Così vorremmo essere: un invito alla gioia di Dio».
Per Delpini «è questo il momento di recepire e praticare come stile ordinario quanto lo Spirito ha detto alle Chiese. La pratica della sinodalità, finalmente sottratta alla ripetizione ossessiva del concetto e della teoria, è la possibilità e la responsabilità di elaborare una “profezia critica”».

Applicare lo stile sinodale
L’Arcivescovo non nega le difficoltà di questo cammino. «Devo riconoscere che tutto il percorso avviato per impulso determinante di papa Francesco e accolto con entusiasmo in molte parti del popolo cristiano è stato anche segnato da fatica e da evidenti problematiche. La produzione di una pluralità di documenti corposi che si devono tener presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi spesso mortifica, atteggiamenti di scetticismo in alcune parti del clero hanno contribuito a creare un clima di stanchezza».
Tuttavia, «questo è il momento per ringraziare tutti coloro che con convinzione e dedizione hanno contribuito all’immenso lavoro compiuto. Questo è il tempo di applicare con quotidiana disciplina, convinzione e attenzione lo stile sinodale. Lo esige, mi pare, l’urgenza della missione, la priorità del Vangelo, come dice papa Leone».
Quali sono le vie della missione individuate dall’Arcivescovo? «Le nostre comunità in molti modi irradiano la gioia e con operosa carità agiscono secondo i sentimenti di Gesù. Gesù è sempre con noi, anche se i rapporti con il contesto in cui i cristiani vivono non sono sempre favorevoli e accoglienti».

Comunità dalle porte aperte
Delpini sottolinea la presenza di comunità cristiane dalle porte aperte, «presenti in modo capillare nel territorio diocesano, in una prossimità al quotidiano della gente, sono porte aperte perché molti possano entrare. Le relazioni che si stabiliscono sono vie della missione. Tutti i fedeli sono chiamati a praticare una cura per le relazioni, tutti hanno una mano da stringere, un volto per sorridere, una parola da condividere. La celebrazione delle esequie, la richiesta del battesimo per i bambini, l’iscrizione al percorso di iniziazione cristiana, la decisione di celebrare il matrimonio cristiano rendono possibili incontri che diventano amicizie, fraternità di persone che camminano insieme verso il Signore. Nessuno deve disprezzare questi piccoli del Regno, nessuno può misurare la fede degli altri. Per tutti ci deve essere un sorriso accogliente e un invito a conversione».

Rinnovare i cammini dell’iniziazione cristiana
Un rinnovamento che si definisce innanzitutto «per una interpretazione critica e propositiva sull’iniziazione cristiana. Ogni occasione deve essere valorizzata per trovare una comunità accogliente e sollecita. Sarà promettente, se condiviso e coordinato con il Servizio diocesano per la Catechesi, l’avvio di sperimentazioni che recepiscano la tradizione, la lettura dell’oggi, i contributi della Cei, in particolare a proposito dei padrini e delle madrine, le proposte formative diocesane. Il rischio di sperimentazioni frutto di intuizioni e iniziative elaborate in modo soggettivo è di creare prassi precarie, provvisorie, dipendenti da poche persone che diventano motivo di confusione e di disagio e inducono la gente a cercare l’offerta più congeniale invece di riconoscere la grazia di una comunità che accoglie».
Ma c’è anche un pericolo opposto: «Il rischio della ripetizione di una prassi per inerzia è di non interpretare le esigenze del nostro tempo e le vie per l’evangelizzazione che chiedono sapienza, prudenza, coraggio».

Dappertutto testimoni
Delpini sottolinea anche la necessità di vivere il legame profondo tra fede e vita. «I cristiani sono dappertutto e dappertutto sono testimoni di fede, di speranza, di carità. Negli ambienti di lavoro, di studio, di cura, di riposo, sempre è possibile essere un pizzico di sale, una scintilla di luce, un po’ di lievito. Le proposte di pastorale scolastica, universitaria, sanitaria, carceraria, non intendono solo assicurare la richiesta di assistenza religiosa a carico dei cappellani o dei loro collaboratori; piuttosto sono la responsabilità di tutti i cristiani, presenti in tutti gli ambienti, di irradiare la gioia del Vangelo».
Fondamentale è il richiamo all’impegno politico dei cristiani, ancora più decisivo oggi in un contesto intriso di linguaggi violenti e di un progressivo logoramento dei valori democratici. «Anche in politica i cristiani sono chiamati a testimoniare una originalità. Praticano uno stile di rispetto e stima vicendevole. Condividono la missione di essere testimoni della fede che li convince a essere a servizio del bene comune. Vivono la differenza dei progetti politici e delle appartenenze partitiche come il campo di un confronto, di una dialettica, che non deve mai degenerare in scontro aggressivo, nel disprezzo, negli insulti, nella diffamazione, nella presunzione di essere cristiani più cristiani degli altri».
La sinodalità, profezia sociale
L’invito pressante dell’Arcivescovo è quello di cogliere fino in fondo le sfide che pone un tempo di cambio radicale. «Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca che ci tocca anche come Chiesa. Si riconosce una trasformazione molto forte del corpo ecclesiale: cambia il modo di essere cristiani, faticano le forme tradizionali di impegno, le vocazioni, fatichiamo a vedere nuove risorse ed energie per la fede nei cattolici venuti da altri Paesi e culture, nel dialogo ecumenico e nella collaborazione con altre religioni e istituzioni. Rischiamo, come tante altre realtà sociali e culturali, di irrigidirci nelle forme che abbiamo ereditato. Ci sentiamo più stanchi, e anche un po’ invecchiati».

Osare nuovi passi
La strada è quella della sinodalità: «Come profezia sociale significa riuscire a mostrare che siamo capaci di accettare la sfida del cambiamento, dialogando, modificando la nostra identità, quindi accendendo luoghi di confronto, di ascolto e collaborazione, per osare nuovi passi e azioni per stare nel mondo, vivere e annunciare la fede cristiana».
Questo si traduce nel coordinamento dell’impegno di servizio della pastorale diocesana: «La Caritas ambrosiana, la pastorale sociale, la pastorale sanitaria sono chiamate a forme inedite di riflessione comune, di proposte formative e di operosità condivisa. Il contesto multiculturale e multireligioso richiede una più lucida consapevolezza di ciò che altre confessioni cristiane e altre tradizioni religiose possono offrire per operare insieme al servizio del bene comune, nelle forme che risultano possibili e sagge».
Anche l’opera educativa e il servizio della Fondazione oratori milanesi «si confronta con le trasformazioni in atto e avvia riflessioni e proposte per condividere progetti educativi. Nella complessità delle situazioni che si creano con la presenza di ragazzi e ragazze provenienti da altre tradizioni, culture, religioni è importante quel dibattito serio e franco che orienti scelte opportune e lungimiranti».

Dal “fare per” al “fare con”
La Chiesa ambrosiana ha una grande tradizione di impegno concreto di fronte ai bisogni e in questo solco «è chiamata ad assumere una forma adeguata per ascoltare e abitare le tante, e sempre più urgenti, fragilità alle quali la nostra società fatica a rispondere. Ereditiamo un passato di pionieri e testimoni che in solitudine costruivano istituzioni e luoghi di accudimento e cura. Oggi questo modo di procedere non trova più energie e risorse. Anche in questo caso occorre la pazienza di ascoltare, cercare e tessere alleanze e reti di relazioni (anche con realtà non direttamente legate ai mondi ecclesiali) e dare forma a corpi in grado di dare voce ai tanti emarginati della nostra storia. L’evento diocesano “Chiesa dalle genti” già ci aveva indirizzato in questo cammino, insegnandoci che l’essenziale non è “fare per” o “al posto di”, ma “fare con”».
Lo stile sinodale della missione
Qual è dunque lo stile sinodale? «In questo nostro tempo, la Chiesa ha compreso se stessa con l’evidenza di alcuni tratti che devono essere recepiti e praticati. In particolare, sono irrinunciabili, come frutto dello Spirito che dà vita alle nostre comunità: la chiamata di tutti i battezzati alla corresponsabilità per la missione; la pratica dello stile sinodale; la pluriformità della “Chiesa dalle genti”. La pratica di uno stile sinodale non è l’improvvisazione dei buoni propositi: richiede infatti una conversione a dinamiche relazionali che fanno bene alle nostre comunità. Occorre dare alle nostre relazioni un modo di essere e una pratica ordinaria che siano facilmente riconoscibili come segnati dal carisma evangelico».
Per fare questo è necessaria la creatività, ma anche la formazione continua. «I cristiani sono persone “originali” Per essere capaci di vivere e rendere visibile questo stile si deve imparare, fare esercizi. Si deve provare e riprovare, sbagliando infinite volte e infinite volte ricominciando. Le proposte di formazione permanente per il clero e per gli operatori pastorali contribuiscono alla formazione necessaria e, per quanto possibile, condivisa con tutto il popolo cristiano: laici, consacrati, diaconi permanenti, preti e vescovi».
«Le comunità cristiane – continua Delpini – sono chiamate a essere originali: offrono una convincente testimonianza a chi le guarda e le accosta “da fuori”, testimonianza di operosità nel bene, di libertà interiore, di rispetto per tutti, compreso il rapporto leale e rispettoso con l’autorità pubblica e, ancora, capacità di rendere ragione della propria speranza, secondo la raccomandazione di Pietro nella sua prima lettera: senza arroganza, ma con dolcezza e rispetto, accettando anche la derisione, le false accuse, la persecuzione, senza reagire con la violenza, neppure verbale, vivendo anzi la gioia nelle prove. Nella comunità cristiana ci si mette a servizio di tutti e con tutti. Tutti i battezzati sono chiamati alla santità e la comunità nel suo insieme, ma in particolare coloro che esercitano il ministero della presidenza, hanno la responsabilità di promuovere la riflessione e la decisione che concretizza in una scelta di vita questa vocazione di ciascuno alla santità».

Accanto ai giovani
Un’attenzione particolare Delpini la indirizza ai giovani, snodo decisivo per la Chiesa di oggi e di domani. Soprattutto una vicinanza vocazionale. «L’opera educativa per i giovani non ha lo scopo impossibile di trattenerli nella giovinezza, ma di accompagnarli a diventare adulti nella fede, corresponsabili della missione in una Chiesa sinodale. Perciò un criterio per valutare l’impegno educativo e per decidere proposte e iniziative deve essere il servizio che si rende a ciascuno perché traduca la sua vocazione battesimale in una scelta di vita. In particolare, i preti e in genere gli educatori sanno che a questo scopo è necessario conoscere e accompagnare personalmente ciascuno. Il ridursi del numero dei sacerdoti impone un impegno di tutta la comunità per consentire ai preti di fare il prete, e di garantire alla comunità i servizi di cui ha bisogno con la partecipazione corresponsabile di adulti disponibili».
Non manca anche una lettura critica: «La dimensione vocazionale di tutta la pastorale diocesana è come svanita nel generico e anche la preghiera per le vocazioni diventa un puntiglio di pochi, invece che una invocazione di tutti. Ritengo necessario che non si perda occasione per proporre scelte di vita coerenti con il Vangelo e con la missione della Chiesa, accompagnando nel discernimento con lo stile rispettoso e incoraggiante che, per quello che può, imita il Signore. La stagione di incertezza a livello globale e di cambiamento a livello culturale ci provoca a un attento discernimento ecclesiale nella pastorale giovanile. Avverto una esigenza diffusa di condividere una prospettiva di Chiesa che, alla manutenzione o alla semplice conservazione pastorale, anteponga il primato della condivisione della fede tra adulti (da qui la testimonianza) e con i giovani, dell’annuncio missionario e vocazionale. La sinodalità missionaria è il modo in cui intendiamo vivere per edificare la Chiesa».

Condividere la sofferenza del mondo
La sofferenza diffusa nella società non può vedere i cristiani indifferenti. Anzi. «I discepoli di Gesù sono mandati a farsi carico della vocazione della gente alla gioia. Si prendono cura delle ferite e dell’infelicità del mondo. Non perché non portino ferite, non perché non attraversino momenti di buio e di infelicità. Si fanno carico dell’infelicità della gente perché partecipano dei sentimenti di Cristo Gesù. C’è gente che non ha bisogno delle parole del Vangelo e percorre vie proprie per conquistare la felicità, gente che trova insopportabile la pretesa di Dio di offrire salvezza, gente che trova antipatica la Chiesa cattolica, gente che impegna risorse, vite umane, ingegno e organizzazione per eliminare la Chiesa».
Nonostante questo, «i discepoli non possono ritirarsi dentro le mura rassicuranti di una comunità insignificante, che si inventa un mondo a parte per evitare di dare fastidio, di affrontare l’impopolarità. Sono nel mondo perché sono mandati e non possono non obbedire al Signore. Il soffrire del mondo è segnato nei nostri tempi da impressionanti forme di violenza, da situazioni di miseria insopportabili, da diseguaglianze spaventose tra le persone e le società. Non ci basterà la compassione, non basterà la denuncia. Avremo la forza, la tenacia, l’intelligenza per contribuire a costruire la giustizia e la pace?».

Gli organismi di partecipazione
La Chiesa ambrosiana è attrezzata per tutto questo? «Gli organismi di partecipazione della nostra Chiesa sono stati istituiti in tempi diversi ma hanno un unico scopo. L’Assemblea sinodale decanale, i Consigli pastorali, i Consigli diocesani presbiterale e pastorale, l’Assemblea dei decani sono il luogo proprio in cui i membri, rappresentando tutto il popolo cristiano, sotto la presidenza del Vescovo e dei presbiteri suoi collaboratori, traducono il principio generale “la Chiesa è missione” in proposte, scelte concrete, iniziative e messaggi, testimonianza e annuncio. Questi organismi sono espressione della comunità cristiana e a servizio della comunità e della sua missione».
Spesso però tutto questo impegno rimane nel silenzio, poco conosciuto anche nelle comunità. «È pertanto decisivo che i Consigli e le Assemblee si curino di far conoscere alle comunità i processi avviati, di coinvolgere le comunità nella pluralità dei doni e dei ruoli di ciascuno, di condividere le decisioni maturate e incoraggiare l’adesione. Si ha infatti l’impressione che molta parte del cammino sinodale e delle attività dei Consigli pastorali e delle Assemblee sinodali decanali siano rimaste nozioni vaghe e astratte che non hanno inciso nella vita delle comunità. Gli organismi di partecipazione sono chiamati in modo specifico ad avviare processi sinodali, nella persuasione che si tratta di uno stile e di un modo di procedere che non è “già saputo”. Richiede invece formazione, tempi di assimilazione, pratica e apprendistato, criteri di verifica».
Frutti e resistenze
L’Arcivescovo non si nasconde le difficoltà di un cammino così impegnativo. «Per essere sinceri di fronte al Signore è doveroso interrogarsi sui frutti che ha portato e sulle resistenze che il cammino sinodale ha incontrato anche nelle nostre comunità, anche nel clero. È opportuno verificare la recezione della Proposta pastorale dell’anno 2025/2026. Per onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che la questione è importante e proprio per questo sollecita ciascuno di noi a prendere una posizione. Non possiamo censurare le domande scomode, ma non possiamo far mancare il nostro impegno e le nostre competenze, la nostra preghiera e la nostra riflessione per interpretare questo tempo e le vie e lo stile che lo Spirito insegna alla Chiesa».



