A pochi giorni dall’annuncio della canonizzazione, studiosi, esperti, storici, autorità ecclesiastiche e civili riuniti in Cattolica per riflettere sul magistero di papa Montini. Gli interventi dell’Arcivescovo e del cardinale Parolin

di Annamaria BRACCINI

Università Cattolica Paolo VI

“Paolo VI e il Vangelo nel mondo contemporaneo”. Un titolo che, in soli due termini, delinea una delle dimensioni cruciali e maggiormente profetiche di Giovanni Battista Montini, del suo magistero sacerdotale, episcopale e papale. Nella due-giorni di studio che riunisce in Università Cattolica studiosi, esperti, storici, autorità ecclesiastiche e civili e tanti studenti, si riflette, appunto da diverse angolature, sul futuro Santo e, in specifico, sul suo ruolo di Pontefice nel tempo moderno: il convegno inizia dieci giorni prima dell’annuncio della data di canonizzazione (che verrà resa pubblica da papa Francesco sabato 19 maggio) e nel giorno esatto in cui, 40 anni fa, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro.

«Il tema vasto e profondo su cui verte l’iniziativa porta a considerare quanto Paolo VI fece, nella sua azione pastorale, per ripristinare il dialogo tra Chiesa e Università con la profetica lungimiranza della nuova evangelizzazione. Occorre recuperare la radice e il senso del rapporto tra evangelizzazione e cultura», nota nel saluto di apertura il rettore della Cattolica Franco Anelli, richiamando il compito privilegiato dell’Università e le parole nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi con cui Montini esplicitava il concetto di evangelizzazione della cultura. «Tenere alto il valore dell’umanesimo attualizzandolo: è questa la lezione di Paolo VI. Anche se il Vangelo non si identifica evidentemente con la cultura, può avvalersi di essa, anzi di tutte le culture».

Per l’assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo, monsignor Claudio Giuliodori, «Montini stesso contribuì a rendere il Vangelo più vicino e interessante per gli uomini e le donne del nostro tempo. Non a caso papa Francesco lo cita spesso e la futura canonizzazione lo conferma. Leggendo con sguardo penetrante le sfide dell’oggi, egli sapeva che, nell’educare la mente e i cuori, non si può prescindere dalla cultura. Questa sua peculiare specificità si tradusse in un ricco e illuminato magistero, che lo identifica come vero e proprio magister».

Il saluto a nome della Diocesi e dell’Istituto Toniolo è portato dall’Arcivescovo, che subito sottolinea: «L’atteggiamento spirituale con cui, in questo tempo, penso a Giovanni Battista Montini, anche per la mia attuale responsabilità, è di ricordare che Montini è beato e che siamo in attesa della sua canonizzazione. Mi pare che questo ci ricordi la visione della vita di chi si ispira al Vangelo e si lascia illuminare dalla fede, visione che si può definire vocazione a dimorare in Dio. Ciò invita a leggere la vicenda di Montini e i suoi testi non solo come oggetto di ricerca o patrimonio di libri, ma come una storia di santi».

Se in un convegno di studio, ovviamente, si fa evidente il profilo storico dei contenuti, suggerisce monsignor Delpini, non si può prescindere dalla consapevolezza di una tale comunione dei santi che «porta a definire la presenza dei cristiani nel mondo non come un come un volontarismo per sopravvivere, ma per perseverare nella docilità allo Spirito e al Vangelo. Come Vescovo di Milano, mi sento un poco schiacciato dal peso di predecessori di tale straordinaria statura spirituale e culturale, ma preferisco sentirli come confratelli che, nella comunione dei santi, continuano ad amare questa Chiesa a pregare perché sia bella e sia lieta».

Di un «debito di riconoscenza per la propria formazione presbiterale» parla il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin che, anche nel suo ruolo attuale, spiega di avere in Giovanni Battista Montini «un punto di riferimento». E proprio da una articolata analisi dell’azione svolta dal futuro santo per la pace, anche in diplomazia, si avvia la sua relazione: «L’impegno per la pace costituì certamente un capitolo fondamentale di un nuovo porsi della Chiesa nel mondo. Su tale terreno, Paolo VI vide la possibilità di stabilire una sintonia autentica con le aspirazioni più profonde di un mondo moderno cui egli guardava, peraltro, in modo parzialmente critico. Dietro lo scenario grandioso di tale mondo, conscio del progresso della scienza e della tecnologia, intossicato da successi spettacolari in campi finora inesplorati, gli sembrò, infatti, facile scoprire le voci profonde di chi aspira alla giustizia, a un progresso che non è solo tecnico, ma umano; a una pace che permette finalmente la collaborazione di uomini e popoli in un’atmosfera di reciproca fiducia».

Sin troppo facile ricordare le tante udienze concesse al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, i viaggi nei cinque continenti, la promozione della Giornata mondiale della pace o le famose parole, «Mai più la guerra!», pronunciate all’Onu – primo Papa a entrare nel Palazzo di Vetro -, partecipando all’Assemblea generale nel 1965. Fu lui stesso a dire che, con quel viaggio, «la Chiesa era, in un certo senso, uscita da se stessa per incontrarsi con gli uomini del nostro tempo».  E, poi, ancora: ««Che la pace fosse prioritaria per papa Montini lo confermano anche iniziative istituzionali destinate a rimanere nel tempo, come la creazione nel gennaio 1967 della Pontificia Commissione “Justitia et Pax”. Con la Populorum Progressio egli estese la tradizionale Dottrina sociale della Chiesa al conflitto tra il Nord e il Sud del mondo, definendo lo sviluppo come il nuovo nome della pace. Di questa Enciclica papa Francesco ha ripreso nella Evangelii Gaudium questo passo: la pace “non si riduce a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”». Un traguardo, purtroppo ancora lontano.

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