In un mondo segnato da conflitti armati, polarizzazioni e paure sempre più amplificate, il Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace (intitolato La pace sia con tutti voi. Per una pace disarmata e disarmante) offre importanti spunti di riflessione anche per la comunicazione e la professione giornalistica. Non è semplicemente un discorso teologico (o, se vogliamo, per i tanti riferimenti all’attualità, diplomatico e politico): è una chiamata diretta anche per chi lavora con le parole, le immagini, le narrazioni che plasmano l’opinione pubblica. Un appello stringente soprattutto per giornalisti e comunicatori cattolici.
Il Papa pone subito una questione decisiva: la pace non è un’idea astratta, ma una presenza che chiede di abitarci: «Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino». Per il giornalismo questo significa interrogarsi prima di tutto su quale realtà rendiamo visibile e quale viceversa ci prestiamo a oscurare. Informare non è mai neutro: può alimentare paure o aprire spazi di comprensione. Quando Leone XIV denuncia le «narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui», richiama direttamente una responsabilità etica della comunicazione contemporanea, spesso schiacciata sulla logica del conflitto permanente.
Il tema della «pace disarmata» tocca un nodo cruciale. Il Papa smaschera l’inganno di una comunicazione che presenta il riarmo come un fatto normale e considera quasi inevitabile la guerra: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace». Il giornalismo, allora, è chiamato non solo a registrare dichiarazioni e cifre (l’aumento delle spese militari spesso è presentato come l’oscillazione degli indici di borsa), ma a contestualizzarle, ponendo le «domande giuste» ed evitando di farsi megafono di una «psicosi bellica» socialmente costruita.
Di particolare attualità è il passaggio in cui Leone XIV mette in guardia dall’uso delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare, parlando di un pericoloso processo di «de-responsabilizzazione» delle decisioni sulla vita e sulla morte. Anche qui: raccontare l’innovazione senza spirito critico significa contribuire a una narrazione che separa le conquiste tecnologiche dalla coscienza morale.
Il Messaggio interpella il linguaggio stesso dei media. Il Papa denuncia il rischio di «trasformare in armi persino i pensieri e le parole». In un ecosistema comunicativo segnato dall’odio, fondamentalismi di varia natura e nazionalismi identitari, ai giornalisti è chiesto uno sforzo ulteriore di vigilanza: non legittimare la violenza attraverso narrazioni che dividono il mondo in «noi» e «loro». Buoni da una parte, cattivi dall’altra.
La «pace disarmante», infine, richiama la forza spiazzante della fragilità e della bontà. «La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino». Per la comunicazione questo significa ribaltare i punti di vista, recuperare storie apparentemente marginali, voci ridotte al silenzio, esperienze di riconciliazione che raramente fanno notizia perché non gridano. È un invito a un giornalismo meno sensazionalistico, direi «generativo», capace di mostrare che la pace non è un’utopia, ma una pratica quotidiana.
In definitiva, il messaggio di Papa Leone XIV chiede ai comunicatori (e a noi comunicatori cattolici in primis) di scegliere da che parte stare: se continuare ad alimentare paura e fatalismo o contribuire a «tenere viva la speranza», contrastando l’idea che la storia sia governata da forze anonime e incontrollabili. Per il giornalismo, accogliere questa sfida significa riscoprire la propria vocazione più alta: pur nella consapevolezza dei propri limiti (siamo mediatori fragili tra fatti sempre più complessi e i lettori), scegliere di farsi servitori della verità, della dignità umana e, in ultima analisi, della pace.


