L’Arcivescovo ha presieduto, in Duomo, la Celebrazione eucaristica nella VI Domenica dell’Avvento. Invitati speciali molte Associazioni e Cooperative attive sul territorio, nell’ambito delle diverse disabilità

di Annamaria BRACCINI

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Sembra l’istantanea di quanto va in scena da giorni appena fuori dalle porte della Cattedrale – tra bancarelle e folla, regali di Natale e luci della festa -, ciò che l’Arcivescovo descrive, all’inizio della sua omelia, presiedendo, in Duomo, la Celebrazione per la VI e ultima Domenica dell’Avvento ambrosiano. Tra le navate, trovano posto moltissimi disabili con i loro accompagnatori, i volontari e i familiari. Infatti le tante Associazioni, Onlus, Cooperative, grandi e piccole, attive in questo campo, sono invitate in modo speciale: una trentina quelle presenti, dai non udenti ai ciechi, dalla disabilità motoria a quella cognitiva. Ad esempio, per i non udenti vengono approntati impianti speciali di “spira induttiva” e vi è la traduzione simultanea nella lingua dei Segni.
Concelebrano l’Eucaristia oltre 20 sacerdoti – molti di loro impegnati nelle diverse realtà di sostegno – tra cui i vescovi monsignor Giuseppe Merisi e monsignor Roberto Busti, assistente spirituale della Sezione lombarda dell’Unitalsi, don Mario Antonelli, vicario episcopale di Settore e don Mauro Santoro, responsabile della Sezione per i disabili del Servizio per la Catechesi,.che anima il dialogo che precede la Messa e porge, poi, il saluto iniziale durante la Celebrazione.

L’omelia dell’Arcivescovo

«La gente va e viene, vende e compra, percorre la città, torna a casa sua: fiumi di persone. Non ha tempo di guardarsi intorno, non ha voglia di scambiare un saluto, una parola, un augurio. Gli altri chi sono? Sono più un interrogativo che delle persone. Gli altri non hanno un nome. Si portano addosso un’etichetta. Le persone sono incasellate in una categoria, non hanno un nome».

Sono genericamente gli “stranieri” o, magari, i “disabili” che «si portano addosso l’etichetta dello sfortunato, suscitano una generica compassione, quindi sono definiti per quello che manca, per quello che non sanno fare».

Ma chi vede il mondo con occhi appena un poco più attenti – «con un po’ più di tempo e di simpatia, si rende conto che tutti hanno ricevuto dai loro genitori un nome alla nascita. E anche un cognome. Nome e cognome sono segno dell’appartenenza a una famiglia, come Giuseppe della casa di Davide. L’appartenenza è sempre una risorsa e una promessa. Il cognome dice l’appartenenza e il nome dice una singolarità. Ciascuno è unico e ha la sua strada. Non sempre cammina, non sempre arriva da qualche parte, ma ciascuno ha una vita da vivere».

Essendo la Domenica detta dell’Incarnazione, il pensiero non può che andare a Maria e all’angelo dell’annuncio: «Maria viene designata con un nome nuovo: “piena di grazia”. Questo nome è dato da Dio. Si avvia, così, il dialogo che aprirà a Maria la via per comprendere e portare a compimento la sua vocazione».

Ma il nome non basta anche se «chiamare ciascuno per nome significa avviare la conoscenza, aprirsi a un dialogo, porre le premesse per un cammino comune e un’ appartenenza alla comunità».

«Ciascuno di noi è chiamato ad ascoltare il nome nuovo che riceve da Dio tramite i suoi angeli: solo così si può vivere la vita come una vocazione e non come un destino, come una relazione speciale con Dio e non come una carriera, come una destinazione da raggiungere e non come un parcheggio in attesa della fine».

E torna, allora, la domanda di partenza, ma con una consapevolezza in più: «Quale è il nome di chi mi sta vicino? Lo sguardo che rivolgiamo a coloro che incontriamo dovrà essere attento e rispettoso, perché ciascuno ha la “pietruzza bianca” – il riferimento è al brano del secondo capitolo dell’Apocalisse -, ciascuno ha ricevuto un nome nuovo da parte di Dio. Forse dobbiamo ricordare più abitualmente che l’aiuto più importante che possiamo offrire è quello di aiutare ciascuno ad ascoltare il nome nuovo che riceve da parte di Dio, a riconoscersi chiamato dal Signore e a intendere la sua vita come vocazione, qualunque sia la sua abilità, qualunque sia la sua disabilità».

Il dialogo con i rappresentanti del mondo della disabilità

Tra i bei canti eseguiti dal Coro “Allegro Moderato”, un gruppo integrato composto da cantanti con disabilità, musicisti e cantanti volontari, al quale, per l’occasione, si aggiungono le voci delle donne migranti, si avvia il dialogo che precede la Messa.

Il primo intervento è di Manuela – fondatrice dell’Associazione “Capirsi Down” di Monza che ha presieduto per 18 anni -, mamma di Francesca 24 anni che oggi lavora come tirocinante in una scuola materna, ha un fidanzato e una vita piena. «Possibile che ci sia solo Francesca nella mia città? Non è cosi ovviamente. Mi sono sempre chiesta come si può fare perché anche la comunità cristiana possa aprirsi a queste persone un poco più in difficoltà».

Chiarissima la risposta del vescovo Mario. «Sono fratelli tutti quelli che abitano nel territorio e, allora, io vorrei proporre di praticare l’arte del buon vicinato. I cristiani siano buoni vicini di casa in modo che ciascuno faccia qualcosa per tessere un convivere che diventi un condividere. Per questo abbiamo voluto istituire, all’interno del Servizio per la Catechesi, un comparto specificamente dedicato alla disabilità, per sensibilizzare catechisti e catechiste al fine che tutti possano partecipare alla vita delle parrocchie».

Poi è la volta di Giovanni Vergani, 46 anni, tante esperienze vissute con “Fede e Luce”, fino a farne un lavoro, attualmente responsabile della Cooperativa “Novo millennio” di Monza.

«Come possiamo aiutarci ad aprire gli occhi e ricercare quello sguardo che ci rende più umani, più liberi dalla paura verso chi è “diverso”?».

«La risposta è già data dalla vostra presenza», scandisce subito l’Arcivescovo. «Penso che dobbiamo cambiare mentalità, misurando le cose in un altro modo. Siamo sulla buona strada, ma il nostro tempo corre troppo. Dovremmo camminare più lentamente e fermarci ogni tanto. C’è, inoltre, l’aspetto educativo per aiutare ad apprezzare il rapporto tra le persone e non tanto il risultato. Nei percorsi educativi, la scuola e gli oratori possono fare molto, insegnando ai ragazzi quanto si può ricevere e dare, senza avere paura se qualcuno ha la pelle di colore diverso o cammina in modo differente».

Infine, è Nunzia, una giovane di origine calabrese con una disabilità motoria dalla nascita, a raccontare la sua vocazione per cui, nel 2002 è stata accolta a pieno titolo nell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità. Così come altre tre giovani disabili come lei che, fin dall’età di 3 anni, era stata curata presso “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini voluta dal beato don Luigi Monza, fondatore anche delle “Piccole Apostole”. «Come si può aiutare la Chiesa a considerare le persone disabili soggetti attivi di evangelizzazione e non solo persone da assistere?», si interroga.

«Spesso si pensa che l’evangelizzazione sia una forma di comunicazione verbale. Ma il Vangelo non è soltanto una parola, è molto di più. Evangelizzare significa predicare, ma anche altro che si può fare in modo diverso. Voglio invitare tutti coloro che si sentono attivi nell’annuncio, a irradiare la gioia, tirando fuori il bene che c’è negli altri. L’essere assistiti, il chiedere aiuto, così, non è una dipendenza, ma fa scoprire il bene anche a chi aiuta. Questa è l’evangelizzazione: stabilire relazioni di carità, comprendendo che lo scambio non è mai a senso unico». Bene lo sanno, per esempio, coloro che accompagnano i malati a Lourdes, come i tantissimi gli Unitalsiani riuniti in Cattedrale con il loro presidente lombardo, Vittore De Carli.

«Quello che si riceve è molto di più di ciò che si dà, perché si creano rapporti personali attraverso cui passa il Vangelo», conclude il Vescovo cui viene donata una lanterna, con all’interno un presepe, realizzato dai ragazzi del “La Nostra Famiglia”.

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