Nella II domenica dell’Avvento ambrosiano, l’Arcivescovo ha presieduto in Duomo l’Eucaristia, dialogando prima della Messa con gli appartenenti alle Confraternite: «Abbiate l’intraprendenza di conoscere e invitare altre comunità»

di Annamaria Braccini

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L’infelicità che fa ammalare e morire, perché si è sempre più isolati – anche se, apparentemente, sempre più insieme – e la tecnocrazia organizzativa che ci trasforma in numeri, in consumatori, in apparati di una macchina, magari efficientissima, ma senz’anima. E allora la speranza qual è, dov’è? È nell’alternativa di un Dio vicino che si è fatto carne.

In Duomo, nella II domenica dell’Avvento ambrosiano, l’Arcivescovo commenta il quinto capitolo del Vangelo di Luca, presiedendo la celebrazione eucaristica alla quale sono state invitate in modo specifico le Confraternite: oltre alle 22 diocesane, presenti anche alcune provenienti rispettivamente da Lugano, Bergamo, Brescia, Vigevano, Genova, Torino e Mantova.

All’inizio della Messa, nel dialogo che la precede, porta il suo saluto l’assistente ecclesiastico delle Confraternite di Lombardia, don Claudio Carboni, che legge il messaggio inviato da monsignor Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale e assistente della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia: «Le Confraternite, che hanno avuto in San Carlo Borromeo un importante promotore, non sono il retaggio di un passato remoto, ma sono ancora una risorsa per la Chiesa e un’espressione genuina di pietà popolare». Vi si sperimenta, infatti, «la ricchezza di autentiche relazioni fraterne, ci si forma all’ascolto della Parola di Dio e al discernimento comunitario, si matura la capacità di testimoniare il Vangelo della carità nella società».

L’omelia dell’Arcivescovo

A tutti si rivolge l’Arcivescovo delineando, appunto, quel pericolo che è l’infelicità. «Si muore di infelicità, quando le vie che promettono la felicità si rivelano illusorie e la corsa si interrompe, il desiderio è contraddetto dalla realtà e l’aspettativa è smentita. Veniamo al mondo per essere felici, abbiamo scritto dentro questo desiderio», ma talvolta, proprio l’infelicità toglie la voglia di vivere.

«C’è l’infelicità della solitudine: così il demone dell’individualismo induce ad approfittare delle situazioni per trarne un vantaggio personale e a concentrare tutto su se stessi. È una malattia che dichiara legittimi la suscettibilità, il capriccio insindacabile, il non avere bisogno di nessuno e che risulta inguaribile se non c’è conversione».

Ma vi è anche «l’infelicità della convivenza, con una felicità promessa dal progresso che predica di organizzare, con scientifica efficienza, gli agglomerati umani, di creare le condizioni per cui tutti siano in grado di comprare tutto; di ammassare dati che non lascino scampo all’originalità delle anime; di vendere il cervello, di abituarsi a consumare ciò che viene offerto sul mercato. Perciò il vostro stare insieme sarà prospero e pacifico, perché sarete ingranaggi di una società perfetta e bene organizzata. Il demone della tecnocrazia organizzativa porta all’infelicità di non sentirsi nessuno, di essere un ingranaggio in modo che tutti possano essere sempre più insieme e sempre più soli. Così il demone dell’organizzazione ha convinto a trasformare il pianeta in un grande mercato globale».

La collaborazione di questi due demoni è l’infelicità, mentre – scandisce, dall’ambone, l’Arcivescovo – «la salvezza non è sorta come rifondazione miracolistica del mondo, né come una catastrofe che travolge gli infelici nel nulla che hanno desiderato. Il battesimo in Spirito santo e fuoco si realizza come alternativa: una possibilità di vita fraterna. La vita cristiana si offre come un’alternativa, con la modestia di chi non presume di essere un modello ineccepibile, ma piuttosto un popolo di gente perduta che è stata salvata, di popolo disperso che è stato radunato, di peccatori perdonati che hanno imparato ad amare, a condividere, a servire».

Infine, l’appello: «Anche le Confraternite, nei loro propositi a servizio della comunità e della carità, siano segno desiderabile della fraternità che rivela che non è obbligatorio morire di infelicità ed essere schiacciati in un ingranaggio. Incoraggio che il vostro cammino sia sempre più coerente con l’origine dell’essere confratelli e consorelle».

Il dialogo con gli appartenenti alle Confraternite

Un messaggio di fiducia e speranza che l’Arcivescovo aveva sottolineato anche nelle risposte alle domande poste da alcuni appartenenti alle Confraternite in dialogo accanto a lui.

Anzitutto, i percorsi formativi per qualificare la presenza delle Confraternite nella comunità. La raccomandazione del Vescovo indica «in primis, i percorsi per laici, perché essere confratelli dovrebbe motivare a essere più presenti, non per fare numero, ma per un bisogno di formazione del laico cristiano nella comunità cui appartiene, magari con l’aiuto di esperti esterni. Inoltre, occorre entrare nel Mistero per cui ci si qualifica, per esempio, come Confraternita del Santissimo Sacramento, conoscendone la storia all’interno della vicenda della Chiesa locale. E, ancora, l’essere docili allo Spirito santo, ricordando che è il vero formatore».

Un interrogativo è anche su come porsi nella logica del Sinodo minore “Chiesa dalle Genti”. «Tutti i battezzati devono sentirsi a casa nella Chiesa cattolica. Perciò questo movimento di popoli, talvolta drammatico, può vedere nelle Confraternite un interlocutore privilegiato proprio per l’attitudine ad aprirsi ai fratelli. Stringete rapporti con altre Confraternite che hanno avuto origine, in Sudamerica dove sono molto diffuse. Federarsi significa prestarsi vicendevole aiuto, anche con gesti semplici, facendo, magari festa insieme. Accogliamo questi nostri fratelli, qualche volta un poco intimiditi, edificando un’unica comunità. Abbiate l’intraprendenza di conoscere e invitare altri».

E, ancora, come coinvolgere i giovani e offrire loro proposte convincenti e come accogliere chi, magari è separato o divorziato? «È una domanda che attraversa tutte le manifestazioni della Chiesa. Non ho una ricetta, ma si può mostrare – a chi è interessato e ci sono giovani che lo dimostrano – che vivere l’appartenenza alla Confraternita può essere un arricchimento personale. Non è solo portare un abiti riconoscibili pubblicamente ma è a gioia della carità cristiana. Se un prete ostacola la Confraternita – una domanda evidenzia che, talvolta, vi è poco appoggio da parte dei sacerdoti e che aumenta l’età media degli aderenti – non va bene: dobbiamo vigilare per essere una presenza propositiva che fa capire il bene di essere confratelli. Vi invito a praticare gli impegni in modo esemplare e vi incoraggio ad avere fiducia. L’abito deve essere una comunicazione edificante e preziosa di un’appartenenza riconoscibile, non un esibizionismo, perché dice l’uguaglianza dei confratelli e la vostra storia. Tornate alla vostra origine penitenziale».

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