All’Angelicum incontro tra l’Arcivescovo e gli esponenti del mondo musulmano presente nel territorio ambrosiano, con la firma del Documento sulla fratellanza universale: «Ignoranza e generalizzazione infittiscono il buio della storia, che viene sconfitto quando si accende una luce»

di Annamaria Braccini

Angelicum comunità musulmane

«C’è troppo buio nella storia, troppe ferite, risentimento, smarrimento. Sono stato al Cairo, con un gruppo di preti della Diocesi, incontrando i rappresentanti delle religioni e delle Chiese, ma eravamo scortati dalla polizia. Sono stato in Siria e ho visto lo spettacolo desolante delle rovine e delle distruzioni, il ricordo drammatico delle violenze, il racconto dei profughi; sono stato a Cipro con i sacerdoti e c’è una linea verde che divide l’isola in due come una lunga ferita che continua a sanguinare. Identificare l’Islam con i terroristi è una generalizzazione insopportabile e identificare i cristiani con le potenze oppressive del colonialismo, con l’arroganza e l’invadenza di alcuni governi, genera un cupo senso di risentimento e di paura. Anche leggere il passato come una fonte inesauribile di rivendicazioni, diventa un peso, un impedimento a guardare avanti».
L’Arcivescovo ne è convinto, lo ha toccato con mano in zone devastate dalla guerra o in Paesi problematici, ma altrettanto, lo è della luce che può sempre nascere in queste tenebre di «ignoranza, memoria ferita e generalizzazione».
«Quando, nel buio, si accende una luce, per quanto piccola, il buio è sconfitto, non è più impenetrabile. L’altra riva alle tenebre è l’incontro personale, considerarsi interlocutori possibili. Siamo qui non solo a firmare una dichiarazione, ma a prendere l’impegno a essere persone che si guardano in faccia».
Anche perché le due luci, poi non tanto piccole, sono l’incontro tra san Francesco e il Sultano Malik al-Kāmil, avvenuto a Damietta, in Egitto, durante la V Crociata, 800 anni fa e la firma, il 4 febbraio scorso ad Abu Dhabi, del Documento sulla fratellanza universale firmato congiuntamente da papa Francesco e da Ahmad Muhammad al-Tayyebdel, grande Imam di Al-Azhar. Per ricordare tutto questo, presso il teatro “Angelicum” dei Francescani, si è svolto un atteso momento voluto dalla Diocesi e aperto al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano e al Forum delle Religioni, con la presenza dell’Arcivescovo, appunto, e dei rappresentanti e responsabili delle più di cento realtà legate al mondo musulmano presenti nel territorio della Chiesa ambrosiana.
«Ingiustizie, intolleranza, razzismi, discriminazioni continuano a esistere. Si è creato in Italia un clima di odio che, da 10 anni, non si respirava. Non possiamo pensare di vincere le sfide globali, senza rispetto per la famiglia, mentre ora vediamo che essa è sempre più disgregata. Una fede senza comportamenti è fragile. Abbiamo la missione di uscire da questo incontro con degli obiettivi, concretizzando ciò che stiamo raccontando e partendo dai valori delle due religioni. Per cambiare le cose dobbiamo migliorare. Una luce c’è, non si è mai spenta, solo chi non crede non riesce a vederla», spiega con forza il giovane imprenditore Sinan Al Qudah, che prende la parola per la componente islamica.
Nella sala gremita ci sono, oltre i rappresentanti delle due religioni – per la Diocesi, anche il vicario episcopale di Settore, monsignor Luca Bressan, don Giampiero Alberti, del Forum delle Religioni, don Lorenzo Maggioni, vicepresidente del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano e collaboratore del Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo anche in riferimento all’ambito dei rapporti con l’Islam – famiglie, laici, anche richiedenti asilo politico che vengono dal mondo islamico, coppie miste di religioni diverse. «Trent’anni fa, quando abbiamo iniziato a percorrere questa strada, vi era paura, oggi vi è il frutto di un’amicizia seria e di una volontà di lavorare per il bene di tutti», osserva don Alberti.
Parole cui fanno eco quelle di chi, come Mahmoud Asfa, presidente del Consiglio direttivo della Casa della Cultura Islamica di Milano, parla di «un bel gesto e di un momento storico per noi», senza dimenticare la questione «della necessità di luoghi di culto degni per tutti, ma specie per facilitare l’inserimento e l’inclusione dei nostri giovani nati e cresciuti in questa società – moltissimi presenti, peraltro, all’evento – a cui si sentono di appartenere».
Espressioni condivise da Anna Scavuzzo, vicesindaco di Milano, che ricorda la possibilità di avere luoghi di culto come «un diritto costituzionale»
«I muri si possono superare nel momento in cui vi è il desiderio di una conoscenza, nell’ottica che si può sempre imparare dall’altro. Stiamo, invece, attraversando un clima di odio che influenza soprattutto alcuni ragazzi», osserva il giovane imprenditore Sinan Al Qudah. «Non credo che tutti coloro che rimangono vittime di questo atteggiamento siano definibili come “cattivi” o razzisti. Dobbiamo fare resistenza perché pensare che l’Italia sia solo questo è sbagliato. C’è un Paese che si alza ogni mattina, va a lavorare e sta dalla parte del più debole. La possibilità di convivere sotto lo stesso cielo è tutta qui».
E prima del momento conviviale, della preghiera e della firma congiunta del Documento di Abu Dhabi, siglato dall’Arcivescovo e da Benaissa Bounegab, un minuto di silenzio accompagnato dalle immagini simboliche della guerra in Siria, realizzate da un gruppo di lavoro di giovani di entrambe le fedi. Appunto perché una speranza è sempre possibile. Lo racconta anche un bel video in cui le immagini raccontano più delle parole: «Ci illudiamo di essere padroni del nostro tempo, dimenticando che le relazioni e il tempo lo possiamo vivere solo passo dopo passo. Un dialogo che faccia riconoscere nell’altro uno spazio da scoprire, una relazione da costruire insieme, è ancora possibile. Così come una candela ne accende un’altra, un cuore ne può accendere migliaia. Come credenti siamo chiamati a testimoniare ciò che rende la nostra fratellanza umana».

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