Fierezza per una tradizione educativa, quella degli oratori, che non esclude nessuno e incoraggiamento a ripartire «per essere fermento di una società nuova», nell'intervento durante l’incontro animato dalle testimonianze di campioni e protagonisti di diverse discipline

di Annamaria Braccini

chiesa e sport delpini 6

«Sono fiero di voi, vi incoraggio, faccio il tifo per voi». Nelle tre parole che risuonano nel Palameda in festa, c’è tutta l’ammirazione e la riconoscenza dell’Arcivescovo per coloro che praticano e si adoperano per quello sport che definisce «uno straordinario strumento di crescita e di educazione».

Nel tradizionale incontro con il mondo sportivo, promosso dal Servizio diocesano per l’Oratorio e lo Sport – che finalmente torna ad avere come cornice un palazzetto, appunto la struttura della città di Meda -, l’entusiasmo per una ripartenza attesa, come spiega don Stefano Guidi, responsabile del Servizio, e per le tante testimonianze che esemplificano al meglio il titolo della serata, “Lo sport insegna a crescere”, si tocca con mano. E non solo per i frequenti applausi dei tanti che non hanno voluto mancare all’appuntamento con l’Arcivescovo – a ribadire l’attenzione che da sempre la Chiesa ambrosiana riserva a questo mondo -, ma anche ciò che viene detto e raccontato, attraverso storie personali diverse, di sacrificio e di impegno, di successo internazionale e di fatica quotidiana.

Come quelle dei campioni della squadra di pallacanestro in carrozzina, Briantea84, di casa al Palameda, detentori della Supercoppa nazionale, bravissimi nell’esibizione agonistica che offrono, al cui termine l’Arcivescovo tiene a stringere le mani di ciascuno. Tra loro chi, dopo un osteosarcoma invalidante a 11 anni, ha trovato la voglia di ricominciare, chi si è ritrovato in carrozzina dopo un incidente e il capitano britannico Ian Sagar, giocatore della nazionale con medaglie d’oro europee e la partecipazione alle Paralimpiadi di Londra 2012, Rio 2016 e Tokyo 2021. Campioni unici nello sport e nella vita, con l’esempio che dimostrano portando anche nelle scuole, ogni mercoledì, la loro esperienza. Chiaro che sia questo il modo di fare sport da indicare ai più giovani – nel Palazzetto sono molti i ragazzini dai 12 anni in su invitati per l’occasione nell’Anno straordinario dedicato agli adolescenti – e di cui andare fieri.  

L’intervento dell’Arcivescovo

«Io sono fiero di voi – dice, infatti, l’Arcivescovo -, fiero di chi si dedica a coltivare lo sport, degli allenatori, dei dirigenti, di coloro che curano le strutture, di questo investimento che le comunità cristiane hanno fatto, quando magari le strutture pubbliche non avevano le possibilità e la lungimiranza per farlo, perché lo sport ha una valenza educativa straordinaria, soprattutto in alcune età della vita. Sono fiero di questa intuizione che i laici cristiani e i preti hanno avuto per far sì che i ragazzi potessero giocare insieme, imparando le regole, il gusto della vittoria l’accettazione della sconfitta. Fiero di questa idea che noi abbiamo di una parrocchia che è fatta dalla chiesa, dagli spazi per gli incontri formativi e del catechismo e di campi di gioco. Lo sport non è tutto, ma il tutto non è completo se non c’è lo sport. Noi, con i nostri campi un po’ acciaccati, abbiamo aiutato a giocare tutti, non solo i campioni, gli eccellenti o quelli che avevano un fisico predisposto. Tutto questo è frutto di una storia e la memoria aiuta l’entusiasmo».

Poi, la seconda parola, l’incoraggiamento. «Vi incoraggio a vivere questa ripartenza come gente che ha imparato le parole di stasera, che ha imparato a mettere insieme la passione con il sacrificio, il talento con il limite, l’io con il noi. La pratica sportiva è una risorsa straordinaria per ripartire, per avere la capacità di scuotersi dall’inerzia, da una specie di grigiore e di malavoglia cronica. Vi incoraggio a ripartire non da soli. Ci sono tanti adolescenti che stentano a riprendere i ritmi normali di studio, di vita, di frequenza alla Messa domenicale: abbiate gli occhi per cercarli, motivateli, dite loro che la vita è bella, merita di essere vissuta in pieno e che ciascuno ha in sé delle risorse che, se non vengono messe a servizio, marciscono. Vi incoraggio a ripartire non come gente che ha solo la frenesia di recuperare ciò che si è perso, ma per essere fermento di una società nuova, diversa, per imparare la saggezza che assimila la lezione della nostra fragilità e non si lascia chiudere nel limite perché custodisce la voglia di sognare. Gente che ha voglia di far nascere luoghi dove lo sport non sia solo il messaggio di chi vuole guadagnarci, dove la cura per il corpo non sia imprigionata nell’esibizionismo: ripartire non per una rivincita, non per ambizione, ma per una società in cui i valori diventino un clima, una conversazione quotidiana, un’amicizia».

Infine, la terza indicazione: «Io faccio il tifo per voi, non amo le squadre che hanno risonanza mediatica spropositata o capitali enormi da sperperare; io non mi interesso delle grandi competizioni, a me piace vedere la gente che gioca non perché fa soldi, ma perché è in una squadra, che si vanta di aver una divisa non perché dà prestigio sociale, ma perché dà un senso di appartenenza, perché si gioca insieme. Ho voglia di scrivere una lettera, e lo farò, ai capitani, dopo quella ai dirigenti e ai mister».

Le testimonianze

Un impegno – questo – che ha concluso una serata particolarmente ricca di testimonianze e di riflessioni.  A partire da quella del Vicario episcopale di settore, don Mario Antonelli che – dopo il saluto del sindaco di Meda e presidente della provincia Monza e Brianza, Luca Santambrogio – ha ricordato che «l’entusiasmo, se è autentico, non nasce dalla dimenticanza dalle difficoltà, ma si alimenta dalla memoria di quanto vi è stato. Saremo tanto più presi, avvolti da un entusiasmo fecondo, se facciamo memoria non semplicemente per il passato, ma per il futuro».

Un richiamo subito raccolto da Antonello Riva, notissimo ex-cestista e dirigente sportivo, con un inizio «all’oratorio in un campo un po’ disastrato, ma poi con la conoscenza del canestro che cambia la vita, sempre con la voglia di condividere con i compagni una passione nata a nemmeno 16 anni e continuata per sempre perché la passione non fa sentire il sacrificio».

Sullo sport come mezzo per insegnare il rispetto gli uni degli altri si sono soffermati Yuri Romanò, campione d’Europa nella Nazionale di pallavolo, e Lucio Fusaro, presidente di Power Volley Milano: «Quando giochi in una squadra tu dipendi dagli altri e gli altri da te. Con gioia e divertimento siamo andati oltre le aspettative che avevamo e anche perdere fa un po’ meno male», spiega Romanò.

Sempre sull’aspetto educativo, «in modo tale da potere aiutare i ragazzi a crescere nello sport, nello studio e nella vita in senso complessivo», ha riflettuto anche don Alberto Torriani, rettore del Collegio San Carlo che da vent’anni ha un centro sportivo collegato all’Istituto.

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