Da Vatican News
Nacque da qui, dai trenta giorni in cui l’intera oikouméne si riunì nel 325 a Nicea per il primo Concilio ecumenico della storia su convocazione dell’imperatore Costantino, la formula di fede che oggi accomuna due miliardi e mezzo di cristiani nel mondo. E oggi, 1700 anni dopo, le stesse parole vengono proclamate sotto un cielo così terso da confondersi con le rive limacciose del lago di İznik. È il Papa in questa cittadina moderna che raccoglie l’eredità di Nicea, in Turchia, a recitare il Credo insieme a patriarchi, vescovi, metropoliti, capi e rappresentanti delle chiese cristiane del mondo, a ribadire il messaggio di «fratellanza e sorellanza universale» insito in ogni religione, a implorare – ancora una volta – di respingere con forza «l’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo», seguendo invece le vie dell’«incontro fraterno», del «dialogo» e della «collaborazione».
Sui resti di San Neofito
A fianco a lui, c’è il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Ai loro piedi, i resti della basilica a tre navate intitolata al martire del IV secolo San Neofito, distrutta e sommersa da un terremoto. Inghiottite dal lago, le rovine sono riapparse nel 2014 e oggi, in questo evento imponente per il suo significato, sembrano raccontare anch’esse una storia. Quella di ferite che si rimarginano e della luce che contrasta ogni buio.
Un momento storico
È un momento storico quello che avviene in questo sito a 70 km da Istanbul, nell’omonimo distretto della provincia di Bursa, divenuta per meno di un’ora centro della comunità cristiana mondiale. Lo ha detto il Papa stesso sul volo verso Ankara: «È un passo storico». Papa Francesco aveva espresso il desiderio di vivere questo appuntamento, racimolando le ultime forze rimaste per volare in Turchia e dare nuovo impulso al cammino di unità dei cristiani.
Il Papa e Bartolomeo in processione
È il successore a rilanciare questa missione che si traduce, nella cerimonia sobria e, al contempo, solenne del pomeriggio, in gesti, parole e fotogrammi. Quello di papa Leone XIV e il patriarca Ecumenico Bartolomeo I che camminano insieme, uno accanto all’altro, lungo la piattaforma in prossimità degli scavi archeologici. Pietro e Andrea, i due fratelli uniti. I loro passi sono scanditi da un canto in lingua greca. Raggiungono l’estremità della piattaforma dove sono esposte una icona di Cristo e una bizantina sui toni dell’oro che raffigura i padri riuniti nel Concilio. L’hanno raggiunta prima i leader religiosi, dispostisi a semicerchio. Ognuno accende una candela.
Il messaggio del Patriarca
Bartolomeo pronuncia un messaggio di benvenuto che si apre con la commozione nel vedere in quanti hanno «risposto positivamente» all’invito a onorare la memoria e l’eredità del primo Concilio ecumenico tenutosi qui a Nicea millesettecento anni fa. Da allora, tanti i secoli trascorsi, tanti sconvolgimenti, tante difficoltà e le divisioni, ma oggi sono tutti a İznik: «Ci avviciniamo a questa sacra commemorazione con riverenza condivisa e con un comune sentimento di speranza…. Siamo qui per dare una testimonianza viva della stessa fede espressa dai Padri di Nicea. Ritorniamo a questa sorgente della fede cristiana al fine di andare avanti».
Una vittoria che non è dominio
Nicea, dice Bartolomeo, deriva dalla parola greca vittoria e «quando il mondo pensa alla vittoria, pensa alla forza e alla dominazione. Ma come cristiani, ci viene detto di pensare in maniera diversa. Il nostro segno paradossale della vittoria è l’inespugnabile segno della Croce. Questa è “stoltezza” per le nazioni, un segno di sconfitta, ma per noi è una manifestazione suprema della saggezza e della potenza di Dio». Allora in questo luogo si celebra, sì, una vittoria ma una vittoria «non di questo mondo». È la vittoria della fede, per mezzo della quale «la tirannia del peccato è abolita nelle nostre vite, la schiavitù della corruzione è sciolta e la terra è elevata al cielo».
In cammino verso la piena comunione
Il Papa (qui il testo integrale del suo discorso) guarda pure lui all’epoca di oggi, un tempo «per molti aspetti drammatico nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità». Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea è allora «occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi». Un quesito che interpella in particolare i cristiani, afferma il Papa, «che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione».
Come allora, con Ario che ridusse Cristo «a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione», anche oggi «è in gioco» la fede «nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci partecipi della natura divina». Perciò è di fondamentale importanza, rimarca Leone XIV, la confessione di fede cristologica per il «cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione», condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo.
Cristiani riconciliati
Un cammino che si compie l’«adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo». Tutti, scandisce Leone, siamo «invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita». «Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni», rimarca il Pontefice. «La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze».
Il Credo recitato insieme
Viene pronunciato il Credo niceno-costantinopolitano senza il Filioque. Alcuni dei capi delle Chiese cristiani presenti elevano al cielo una formula di orazione. Tutte sono in inglese e inizia papa Leone: «Padre, Figlio e Spirito Santo, misericordioso e traboccante d’amore: fonte di perdono, comunione e pace. Ora e sempre, mondo senza fine». Si prega poi per la comunione, per il perdono, la pace, la riconciliazione della gente e del mondo. Intanto si alternano canti in greco e latino, si ode il garrito dei gabbiani e il vento muove lieve le acque del lago.
Preghiere in varie lingue
Il Padre Nostro finale viene quasi sussurrato, seguito dalle benedizioni che suggellano la cerimonia «ognuno nella propria lingua». Infine il Papa, il patriarca e tutti I leader religiosi recitano insieme la preghiera conclusiva: «Possa la misericordia di Dio, lenta all’ira e abbondante nell’amore, Padre, Figlio e Spirito Santo, essere per tutti noi, per tutti coloro che ama, per la santa Chiesa, benedizione e pace, ora e per tutto il resto dei nostri giorni».
Un coro ortodosso accompagna il lento incedere della processione finale. Leone e Bartolomeo sono i primi dietro l’evangelario. Le file si scompongono, la folla si disperde. Termina qui la cerimonia, inizia un nuovo cammino.





