Presso l’Istituto dei ciechi si è svolto il tradizionale incontro tra l’Arcivescovo e il mondo della comunicazione. «Promuovere alleanze per fare giornalismo di qualità, informando sui fatti»

di Annamaria Braccini

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Il giornalismo di qualità che avrà sempre un futuro, l’odio che viaggia indisturbato sui social, le regole, il rispetto della persona e il senso di responsabilità.

In una parola, il futuro che significa speranza se gli operatori della comunicazione sapranno affrontare la sfida di un’alleanza perché l’informazione sia libera, attenta ai fatti, in linea con il dettato costituzionale e rivolta alla promozione di una migliore convivenza.

È un’analisi a 360° e più voci, quella che viene disegnata in un’affollata Sala Barozzi dell’Istituto dei Ciechi di Milano che ospita, come tradizione, nel moneto della festa di san Francesco di Sales, patrono dei comunicatori, l’incontro tra l’Arcivescovo e il mondo, appunto, della comunicazione.

A dialogare con il vescovo Mario ci sono Michele Brambilla, direttore di “Qn-Quotidiano nazionale”, Marina Terragni, nota giornalista e blogger, e Luigi Tornari, direttore della testata giornalistica radiofonica RTL 102.5. Francesco Ognibene, giornalista di “Avvenire”, modera la mattinata aperta da una breve riflessione introduttiva di don Walter Magni, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi e portavoce dell’Arcivescovo, che precisa subito: «Non siamo qui a disquisire del futuro del giornalismo; ma vogliamo domandare di quale futuro è capace il giornalismo e la comunicazione in genere». Un’indicazione di approfondimento che nasce, peraltro, dal titolo stesso dell’appuntamento, “Benvenuto, futuro! I giornalisti sanno ancora costruire speranza?”, in chiaro riferimento all’ultimo Discorso alla Città del Pastore ambrosiano e alla lettera aperta ai giornalisti inviata dallo stesso Arcivescovo il 13 dicembre scorso.

Gli interventi dei giornalisti

Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, osserva: «Il giornalismo, stando a quella che è una legge dello Stato, deve attenersi a pochi e chiarissimi concetti, verità, lealtà nei confronti del recettore dell’informazione, e linguaggio corretto. Attenendosi a questo eviteremo gran parte delle patologie che il giornalismo sta vivendo».

Ognibene aggiunge: «Siamo in dialogo con la gente e abbiamo una responsabilità. Anche per questo un incontro come questo è importante, perché ricorda che il nostro è un essere a servizio. La società oggi si sente a corto di speranza che è l’altro nome del futuro. Un futuro che è benvenuto o che lasciamo fuori della porta, come asserragliati nelle nostre paure?. Il buon giornalismo è già, di per sé, promotore di speranza».

Si entra nel vivo con 4 interviste video realizzate a partire dalla lettera dell’Arcivescovo e con l’intervento di Brambilla, alla guida di un quotidiano con 400 giornalisti, che coltiva uno sguardo insieme locale e nazionale.

«I giornalisti hanno un futuro? Il problema non è solo nostro, ma anche di chi non è operatore della comunicazione, perché se non ci sono più mediatori, il problema è di tutti», avverte. «L’idea che i social possano sostituire dal basso il giornalismo è un grosso imbroglio. Ci sarà sempre bisogno dei giornalisti, ma oggi stiamo vivendo un momento drammatico che è l’infinita pervasività del digitale, che va regolamentato. Stiamo vivendo la più grande dittatura della storia e non ce ne rendiamo conto. Chi ha in mano WhatsApp ha in mano il mondo. I giornalisti hanno molti difetti, ma sapete dove siamo, paghiamo di persona con la responsabilità civile e penale».

Terragni, da parte sua, con un’appassionata disamina del ruolo femminile – «ci è interdetta una presenza di governo sulla scena pubblica e questo è un problema del Paese» -, parla della pubblicità mascherata in rete, degli influencer, dei soldi «che ormai invadono tutto, persino la relazione madre bambino. Occorre vigilare sui valori trasformati in merci. Ci autocannibalizziamo in “un qui e ora” infinito e, quindi, perdiamo l’umanità che è progetto e slancio. Il nostro compito è prendere le cattive notizie e cavarne fuori quel poco di bene che c’è. Serve una robusta dotazione di partenza, avendo fiducia che per chi crede, si chiama fede».

Tornari, alla guida di giornale radio che registra 8 milioni di ascoltatori ogni giorno, rivendica la libertà della sua emittente e sottolinea: «Oggi se i social sono diventati così importanti è colpa anche nostra, perché nessuno ci ha mai imposto di raccontare quotidianamente cosa dicono. La radio è sempre stata data per morta, ma ha saputo trasformarsi, rinnovarsi e così mi piacerebbe che accadesse alla professione giornalistica, altrimenti sarà sempre più arduo gestire la macchina social. Se in quella casa in cui è suonato il citofono avesse abitato un finlandese, e non un tunisino, avremmo scritto e detto così tanto? », conclude Tornari

Il dialogo con l’Arcivescovo

Poi, le domande. a partire dalle 5 “provocazioni” espresse nella sua lettera dall’Arcivescovo. Inizia Brambilla: «Come essere più aderenti alla vita facendo semplicemente buon giornalismo?».

Chiara la risposta del vescovo Mario: «Questo attiene al più generale senso della vita che vorrei esprimere con un’immagine. C’è una notizia, un fatto, ma il modo di darli possono o meno diventare un aiuto a farsi un’opinione che provoca la responsabilità e fa nascere la domanda su cosa facciamo noi davanti a tale notizia. Mettersi di fronte alla cronaca e alle opinioni degli altri, aiuta a provocare la responsabilità personale».

Terragni: «È meglio nascondere l’odio in rete o farci i conti? Se la risposta è il finto bene dei codici e del politicamente corretto, non si rischia che il rimedio sia peggio del male?»

La replica del Vescovo è affidata ancora a un’immagine: «Ci sono dei giorni in cui il bambino si sveglia spaventato, l’adolescente vede lo spavento come esperienza anche piacevole e che attira, l’adulto impara a gestirlo, tenendo insieme una vita operosa e serena con spazi in cui lo spavento è giustificato, magari cercando trasgressioni espresse in qualche parentesi dell’esistenza o scaricando odio sui social. Il giornalista è quello che può interrogare lo spavento, l’odio, raccontando le notizie, e, magari, facendo sbocciare un fiore».

Poi, ci sono i santi – «che possono essere persino i giornalisti: vi invito a diventare tali» – testimoni di un’interpretazione della realtà né evasiva, né buonista. Anche il Crocifisso ha fatto i conti con la condanna ingiusta, l’odio, ma ha aperto questo mondo del male alla speranza. Bisogna comunicare il bene e il male, sapendo far nascere il desiderio di porre rimedio al male».

Tornari domanda come «contribuire a un’informazione sul fenomeno migratorio».

«La composizione multietnica della nostra società mi sta molto a cuore e interroga la Chiesa, in cui nessuno è straniero». Il pensiero dell’Arcivescovo va al Sinodo “Chiesa dalle genti” e a 3 passaggi chiave. «Il primo, dalla classificazione all’ascolto, senza mettere etichette. Se si vuole valorizzare la dignità della persona, come prima cosa occorre darle la parola. Tutti parlano dei migranti ma ascoltarli non è consueto. Inoltre, andare dal pregiudizio alla conoscenza, favorendo l’incontro anche personale». E, infine, l’aspetto più risolutivo: «passare dalla reazione emotiva all’elaborazione di normative lungimiranti. Il fenomeno migratorio chiede regole per essere costruttivo per la società».

C’è tempo anche per qualche interrogativo che arriva in diretta, via social, attraverso #giornalistifuturo.

«Ci sono alcuni temi che dovrebbero spontaneamente vederci insieme, Chiesa e giornalisti, per costruire futuro, come, per esempio, il dramma della corruzione dei giovani – dipendenze, sesso, droga, alcol, ludopatie -, di fronte al quale tutti dovremmo far crescere un’alleanza. Pensiamo al boschetto di Rogoredo (un luogo simbolo dello spaccio e del degrado recentemente bonificato), dove si è manifestato un metodo di impegno, tra le diverse istituzioni, forze dell’ordine, comunicazione, volontari. Abbiamo dei temi sui quali abbiamo, ciascuno, qualcosa da fare e da dire. La qualità è una merce che trova sempre mercato. Dovremmo chiederci cosa posso scrivere o dire in modo che sia desiderabile leggere e rileggere un pezzo o rivedere una trasmissione».

Infine, il tema comunicatori parrocchiali «una rete fatta di persone e volontari da ringraziare, per la diffusione capillare e per essere una possibilità di sviluppare rapporti, creando informazione che nasce da una comunità e che si rivolge a una comunità. Credo che la Diocesi debba curare la formazione di questi volontari. Ringrazio tutti coloro che hanno risposto alla mia lettera, scrivendone e rispondendo. L’alleanza continua a essere una proposta che potrà, magari, trovare una concretizzazione».

Infine, dopo il saluto del presidente della Fondazione Istituto dei Ciechi (180 anni, nel 2020, di attività) Rodolfo Masto che dona il consueto zucchetto episcopale, una risposta a margine sull’attualità. «I giornalisti, pure con le fatiche professionali di oggi, mi pare che vengano riconosciuti come presenze irrinunciabili e indispensabili per la democrazia. L’Alleanza non è complicità o asservimento, ma il convergere in vista un’impresa comune. Esprimere la propria opinione è legittimo, è il modo offensivo che non lo è. Ci sono dei segnali preoccupanti, come l’antiebraismo e antisionismo che mortificano la società italiana».

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