Nella Basilica di Sant’Ambrogio il Papa santo è stato ricordato nella sua memoria liturgica con una Veglia e la Messa presieduta dall’Arcivescovo, promosse dall’Associazione “Milano per Giovanni Paolo II”

di Annamaria BRACCINI

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«Se spalanchiamo le porte a Cristo, continuiamo a camminare nella speranza». È questo il messaggio che l’Arcivescovo indica ai molti che, pur nei numeri delle presenze consentite, con mascherine e distanziati, fanno memoria viva di San Giovanni Paolo II nella Basilica di Sant’Ambrogio. Ormai una tradizione – è la settima memoria liturgica del Papa santo -, come sempre promossa dall’Associazione “Milano per Giovanni Paolo II”, in collaborazione con la Diocesi di Milano.

Da lui nuova linfa

Prima la Veglia di preghiera e poi l’Eucaristia – presieduta dall’Arcivescovo che segue l’Associazione fin suo nascere, nel 2013 – forse mai come quest’anno esprimono con chiarezza gli obiettivi degli aderenti, per la maggioranza giovani: «Proporre alle nostre città, istituzioni e comunità, l’esempio positivo e vigoroso del Papa santo nella convinzione di riceverne nuova linfa e nuovo slancio, rinsaldando l’unità all’interno della Chiesa e nella società». Titolo della Veglia è infatti «Il senso cristiano della sofferenza», proprio a sottolineare la vicinanza a chi in questo momento è nel dolore soprattutto a causa della pandemia. L’ascolto della Parola di Dio, le meditazioni su testi di San Giovanni Paolo, di Tonino Bello e di papa Francesco, si alternano alla preghiera condivisa e a quella personale, che molti dei presenti, scrivono su piccoli foglietti colorati, portati poi all’altare da un ragazzo disabile.

Le parole del Vangelo di Luca, con quel “Prendi il largo”, con «la figura di Giovanni Paolo II che guarda lontano e spinge al largo, verso il nuovo millennio, la Chiesa», ispirano l’intera omelia dell’Arcivescovo che presiede la Messa, concelebrata da alcuni altri sacerdoti, accanto a lui in altare dove è posta anche la reliquia del Papa santo. «La parola con cui ha segnato il passaggio del millennio, il testo e le immagini del grande giubileo, gli eventi di quell’anno e il documento Novo Millennio Ineunte suscitano in noi l’intensa emozione della profezia. Il vecchio Papa parla come un profeta e muove dentro di noi un groviglio confuso di paure e di speranze, di immaginazione, di ragionamento e di coraggio e dipana questo groviglio aprendo alla speranza, infondendo slancio e fiducia». 

Maestro di sapienza

Ed è appunto il senso della profezia che attraversa tutto il papato di Wojtyla a renderlo un maestro che continua a insegnare una sapienza che «non è di questo mondo», ma che tanto illumina la vita quotidiana. Non a caso, le prime due Letture proclamate nella liturgia sono brani del Libro del Siracide e della I Lettera ai Corinzi: «Anche se non sempre riusciamo a seguirlo nella profondità del suo Magistero, siamo ammirati per la fermezza con cui ha proclamato la dottrina cristiana, ha dialogato e contrastato la sapienza dei dominatori di questo mondo. Restiamo stupiti per la leggerezza con cui ha sopportato anche l’impopolarità di alcune verità scomode alle orecchie di contemporanei. Abbiamo un maestro. Uno che sa. Uno che non ha paura a parlare».

Tornano alla mente – e nella riflessione del Vescovo – le immagini «delle folle innumerevoli di giovani entusiasti che lo salutavano nelle grandi convocazioni», ma anche «la pena e l’affetto per la malattia che ne ha stroncato il vigore, soffocata la voce senza intaccarne l’ardore».

«Così san Giovanni Paolo II resta vivo e ci raggiunge con le emozioni. Dell’emozione si può dire ogni male: è superficiale, è provvisoria, è irrazionale, è sottratta alla razionalità, è mutevole e incontrollabile, eppure si rivela una via che il Signore percorre con le sue parole, con la sua vita e con la testimonianza dei suoi Santi. Mi pare che per raggiungerci, per interrogarci, per scuoterci dal clima di soffocante grigiore e di confusa incertezza in cui ci troviamo, Giovanni Paolo II ancora una volta percorre la via delle emozioni, tocca quella parte di noi che sta più in profondità delle parole logore, dei rapporti superficiali, delle frenesie, degli adempimenti».

Testimonianza che interroga

Una via – questa – che consente alla testimonianza di diventare provocazione e domanda: «L’emozione è il mettersi in cammino di una intimità quando è chiamata dalla storia che diventa messaggio, non un fatto di cronaca, ma un segno che sfida, commuove e che, perciò, scuote dall’indifferenza, dall’estraneità e coinvolge».

Il frutto buono delle emozioni è allora la vocazione, la chiamata a cui rispondere in modo stabile e affidabile: «Nella gloria e nella pena, nella buona e nella cattiva sorte, nell’impegno presente e nello sguardo al tempo che viene, viviamo così, come gente piena di stupore, commossa in profondità che accoglie l’invito a prendere il largo».

Dopo il ringraziamento del presidente dell’Associazione, Francesco Migliarese, alla fine della Celebrazione – animata dai ritmati canti eseguiti dal Coro Elikya diretto da Raymond Bahati – c’è ancora tempo per un’ultima consegna da parte dell’Arcivescovo. «Se qualcuno avrà un po’ di tempo da impiegare, in questo periodo, propongo che questo tempo in più sia di preghiera. Credo che la nostra città, tra tante cautele necessarie e apprensioni, abbia bisogno di un rinascimento spirituale. Dobbiamo avere l’umiltà e la fiducia di metterci in ascolto docili allo Spirito che parla., abbiamo bisogno di un rinascimento spirituale».

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