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Vita comune

Giovani dall’Arcivescovo per raccontare il Vangelo vissuto insieme

In Arcivescovado una serata di preghiera, ascolto e condivisione con monsignor Delpini, iniziata con il Vespro in Cappella e proseguita poi a tavola nel cortile, per rileggere un anno di discernimento, servizio e fraternità quotidiana

di Letizia GUALDONI

29 Maggio 2026
Foto di gruppo al termine della serata

Una cena preparata nelle cucine delle loro case, condivisa attorno a una lunga tavolata nel cortile della Curia. Un clima semplice, familiare, simile a quello vissuto durante l’anno nelle loro esperienze di vita comune. Solo che, per una sera, la casa era quella dell’Arcivescovo. Giovedì 28 maggio i giovani delle diverse esperienze promosse dalla Pastorale giovanile diocesana hanno incontrato monsignor Mario Delpini per una serata di fraternità, iniziata con il Vespro nella Cappella arcivescovile e proseguita con il racconto di un anno vissuto insieme.

Nella preghiera iniziale l’Arcivescovo ha richiamato la testimonianza missionaria dei santi Sisinio, Martirio e Alessandro, inviati da Sant’Ambrogio ad annunciare il Vangelo in terre difficili: una memoria che parla ancora oggi di fedeltà, missione e perseveranza.

Il Vespro

Parola alle esperienze

Poi spazio alle esperienze delle vite comuni. Non bilanci organizzativi, ma frammenti di quotidianità, fatiche e intuizioni evangeliche nate dal vivere insieme.

Per Casa Hermon a Seveso e Casa Magis a Milano il riferimento è stato il Vangelo di Marta e Maria. La fraternità si è rivelata nella bellezza dello stare insieme, ma anche nella sfida di non lasciarsi assorbire dalle attività dimenticando l’ascolto reciproco. L’accoglienza di ospiti, i momenti di confronto e la condivisione della Parola hanno trasformato le case in luoghi aperti, dove il Vangelo prende forma nelle relazioni ordinarie.

Nelle esperienze di discernimento, Casa Dora, a Monza, ha riletto il proprio anno attraverso la parabola del Buon Samaritano: la fraternità non come semplice convivenza, ma come “questione di vita”, legata alla domanda decisiva sul senso dell’esistenza e sul desiderio di stare con il Signore.

Anche La Rosa dei Venti, nella parrocchia Santa Maria del Rosario, ha posto al centro il tema della vocazione. La chiamata evangelica a lasciare le proprie sicurezze è diventata invito concreto a uscire dalle “tane” costruite nel tempo, per crescere in una fede più adulta.

La tavolata nel cortile della Curia

A Santa Maria alla Fonte (Chiesa Rossa), la vita comune è nata attorno alla scoperta che ciò che accomuna davvero è spesso la diversità. Sei giovani differenti per storia, età e domande vocazionali hanno trovato nella comunione, nei pasti condivisi e nella preghiera quotidiana un’esperienza concreta di comunità, capace di coinvolgere anche molti altri giovani.

Un’altra rilettura del Vangelo di Marta e Maria è arrivata dalla vita comune di Santa Maria Incoronata. Qui l’esperienza ha aiutato le giovani a superare immagini rigide di sé, riscoprendo nello sguardo di Gesù un invito a non scegliere tra azione e contemplazione, ma a lasciarsi amare e rileggere più in profondità.

Nelle vite comuni dedicate alla carità, la fraternità si traduce immediatamente in servizio. A San Gregorio Magno, il Vangelo di Emmaus ha accompagnato un cammino costruito giorno per giorno, fino alla scelta di partire insieme per un’esperienza missionaria in Perù. A San Luigi Gonzaga, tra mensa dei poveri, Caritas e mercatini solidali, la fraternità è passata attraverso la concretezza della vita quotidiana condivisa.

Le esperienze di Tre Ronchetti e San Vittore hanno mostrato altri volti del vivere insieme: il servizio alla comunità, agli anziani, ai ragazzi, ma anche il rapporto con il mondo del carcere, dove accoglienza e prossimità hanno smesso di essere ideali astratti per diventare esperienza vissuta.

La riflessione conclusiva dell’Arcivescovo

Delpini: la vita come servizio

Nel suo intervento conclusivo, monsignor Delpini ha offerto una chiave di lettura comune a tutte le esperienze. «Uno degli scopi della vita comune è avere un contesto in cui uno si conosce», ha spiegato. Vivere con persone diverse aiuta infatti ad andare oltre l’immagine costruita di sé per scoprire come la propria vita possa diventare servizio.

Per questo, ha osservato l’Arcivescovo, ogni vita comune possiede una dimensione vocazionale. Studiare, lavorare, scegliere il proprio futuro può diventare uno stile di vita orientato al dono di sé. Ma serve anche il tempo lungo della quotidianità: un anno di vita comune non è una parentesi, è il luogo concreto dove imparare a realizzarsi, aiutarsi, pregare insieme.

Infine, l’invito a leggere tutto alla luce del Vangelo. Non basta capire cosa piace o quale scelta sembri migliore: occorre lasciare che sia il Signore a interpretare la vita. «Gesù cammina con noi, anche se non sempre lo riconosciamo subito», ha ricordato l’Arcivescovo.

Un messaggio che supera i confini delle singole esperienze: queste vite comuni non sono solo percorsi per alcuni giovani, ma un segno per tutta la Chiesa. Perché il Vangelo, ancora oggi, può prendere forma nella vita quotidiana e diventare casa condivisa.

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